Di lato una ragazza intenta a scattare foto, in primo piano e dall’alto, come a volersi conquistare lo spazio per ottenere una visuale migliore. Davanti una telecamera che riprende la scena tra nuvoloni di polvere prodotti dal crollo. Perché al centro si staglia una delle quattro Vele di Scampia che sta esplodendo. Viene giù, in un botto solo, mentre il mite Vesuvio fa da sfondo. Paradossi da cinematografo. Ma no, non è il frame di un nuovo film sulla periferia a nord di Napoli, ormai famosa in tutto il mondo e marchiata a nero nell’identità proprio dai casermoni (un tempo sette) di Franz Di Salvo, realizzati a partire dagli anni ’60 del secolo scorso.

È, invece, l’immagine con cui si annuncia l’abbattimento della Vela A, cosiddetta Verde, previsto per la settimana prossima, giovedì 20 febbraio. Immagine-collage che spunta ieri sulla pagina Facebook gestita dall’assessorato Urbanistica e Beni Comuni del Comune di Napoli. Come a dire: preparatevi, lo show sta per cominciare. Ed è un pugno nello stomaco per chi vive in questa terra. Prima usata come laboratorio di esperimenti urbanistici da parte di architetti demiurghi, poi strumentalizzata perché alla città “buona” serviva il topos del male da esorcizzare. Dimenticando, nell’uno e nell’altro caso, che dentro c’erano e ci sono gli abitanti.

La didascalia della foto social avverte subito in caratteri maiuscoli: il countdown è iniziato. In verità il conto alla rovescia si perde nella notte dell’annuncite acuta. Era dicembre 2017 quando il sindaco Luigi De Magistris comunicava che “al massimo entro marzo 2018 partiranno i lavori per l’abbattimento delle tre Vele”, poiché una quarta andrà riconvertita in uffici della Città metropolitana. L’ultimo messaggio urbi et orbi del primo cittadino è di maggio 2019 all’apertura del cantiere: “Oggi siamo alle Vele di Scampia, per annunciare forte, con la potenza dei fatti e della voce, che nel mese di giugno la Vela Verde verrà abbattuta”.

Ma giova oggi far polemica sul cronoprogramma non rispettato? Ti risponderanno che occorre tempo per sgomberare famiglie, costruire alloggi alternativi, indire bandi, ottenere permessi, fare sopralluoghi, necessari ad esempio per verificare la pericolosa presenza di amianto. Bizantinismi degli iter burocratici, si sa. Che poi, diciamolo, già è tanto che quest’amministrazione ha perseverato nel faticoso percorso, seppure usufruendo dei provvidenziali finanziamenti del Governo, a lei così inviso.

Dunque il momento tanto atteso è giunto, entra nel vivo il progetto Restart Scampia, finanziato con 18 milioni di euro del “Bando periferie” e 9 del “Pon metro”, che punta ad azzerare il degrado e la retorica di Gomorra. Almeno nelle intenzioni. Di certo un pensiero va soprattutto ai comitati civici, resistenza popolare unica nel suo genere, che lottano da più di trent’anni per una dignità abitativa ed umana, calpestata da dimenticanze istituzionali e conquiste malavitose. Sì, lottano, indicativo presente. Perché la guerra non è vinta.

Abbattere il cemento malato è lo slogan del riscatto, ma poi che ci metti nel vuoto? Come curi decenni di orrore impressi nel Dna? La ferita è ancora aperta e non basterà un ennesimo campetto di calcio e un’aiuola che poi appassirà per colmare il buco lasciato dalla Vela. Perché non è il programma edilizio che migliora o modifica le strutture sociali ed economiche. Perché per riqualificare non basta smantellare simboli negativi, ma occorre riempire di contenuti positivi i ghetti del disagio. Per ora, in calce al progetto Restart, si legge soltanto “bando di gara per il concorso internazionale di progettazione in fase di elaborazione”.

Alle tre date certe (11 dicembre 1997, 22 febbraio 2000, 29 aprile 2003) in cui vennero distrutte le Vele  F (quella che ha resistito alle cariche esplosive e cadrà solo otto mesi più tardi), G, H, si aggiunge adesso quella del 20 febbraio 2020. Scampia non è un monstrum, ma è figlia della legge 167 per l’edilizia popolare e convenzionata, appartiene alla stessa famiglia di suburbia problematici che comprende lo Zen a Palermo, il Librino a Catania, Tor Bella Monaca a Roma. “Le Vele non sono uno zoo” si legge sul muro di un balcone percorrendo via Antonio Labriola, dove affacciano le piramidi di cemento. C’è in questa frase il senso di tutto, dell’errore, della forza, della speranza. Ma, non dimentichiamolo, al di là di ogni opinione le Vele sono state e sono “casa”, nonostante l’inferno di abitarci.

E se “dove abiti?” è una delle prime domande che ti fa uno sconosciuto per capire che tipo di persona sei, dire “abito a Scampia” vuol dire da sempre “abito ai margini”. Con buona pace della buona volontà di chi qui è persona perbene, attivista operoso o associazione impegnata. Non si tratta di etichette o pregiudizio che non redime, ma di lucida analisi che salva.

Il 20 febbraio sarà un giorno storico per Scampia, per Napoli e per il Paese”. Fa sapere il sindaco. Alle ore 11,30 inizieranno le operazioni del piccone risanatore. Tutti pronti per lo spettacolo al lotto M. Preparatevi, lo show sta per cominciare. Sfoderate le macchine fotografiche, impugnate le telecamere, rispolverate i taccuini, tirate fuori i microfoni. Peccato che non ci saranno i nuvoloni da tritolo, come successo in passato e come ci suggerisce la foto sulla pagina dell’assessorato, ma escavatori cingolati che raderanno al suolo la Vela in quaranta giorni. Una triturazione lenta per evitare cattive digestioni. Che inizierà giusto tre giorni prima del voto alle suppletive del Senato, fissate il 23. Anche a Scampia. The show must go on.