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22 Settembre 2015
22:57

Siamo ancora in grado di incazzarci per Giancarlo Siani?

Trent’anni fa moriva ammazzato Giancarlo Siani, il cronista del Mattino di Napoli brutalmente ucciso per quello che aveva “osato” scrivere. Non riduciamoci ad un ricordo sporadico delle vittime innocenti, l’atto civile vero passa soprattutto per l’indignazione. E noi non ci indignamo mai abbastanza.
A cura di Andrea Parrella
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Non siamo fatti per tutti i giorni, siamo nati e cresciuti "sporadici" e rischiamo di continuare ad esserlo. La generazione di cui faccio parte è quella che forse, nel complesso, sa meno sul conto di Giancarlo Siani. Nascevo due anni dopo la sua uccisione e stavo coi miei coetanei a metà strada tra quelli più grandi che di Giancarlo sapevano poco e male e quelli arrivati dopo, che hanno saputo molto, praticamente tutto. Non ho timore ad ammettere che non ho saputo nulla della storia di questo giornalista ucciso per mano della camorra fino a quando non sono entrato in un'età discretamente matura per poterlo scoprire da solo, leggendo e vedendo tutto il possibile per conoscerlo meglio. Prima di quel momento non me ne aveva parlato nessuno e non c'era nei libri di storia la faccia di Giancarlo col simbolo della pace disegnato in volto. Non ho paura ma certamente mi imbarazzo, come accade per tutte le cose che non si conoscono e che quindi non si possono ostentare.

Il destino delle vittime innocenti di criminalità organizzata è spesso beffardo anche dopo la morte. Se c'è una cosa di cui, in questi casi, è capace la memoria sporadica, quella sollecitata da un calendario che si sfoglia, è che ci disobbliga da un passaggio essenziale affinché il ricordo laceri, corroda, affinché faccia in sostanza il proprio dovere: il passaggio dell'indignazione, della rabbia. C'è una strana abitudine, si sente nell'aria, ad osservare vite spezzate come quella di Giancarlo Siani così come la tv del dolore guarda ai fatti di cronaca nera, gettando l'occhio curioso al dettaglio futile più che alla sostanza, compatendo più che capendo. Subiamo profondamente il fascino della ricorrenza, quasi sollevati da un dovere di carattere quotidiano che sarebbe certamente più gravoso.

Eppure così conta poco, davvero poco. Il 23 settembre 2015 ricorrono i 30 anni dall'omicidio Siani, un ragazzo giovanissimo che scriveva e tentava di raccontare verità sulla sua terra, di quelle scomode e difficili da digerire. La sua storia di dolore è stata oggetto di documentari, film, interviste, speciali televisivi, una quantità smisurata di eventi singoli che lo hanno reso un simbolo nazionale, al punto che mi sono sempre chiesto cosa si potesse volere di più esaustivo perché un personaggio ucciso ingiustamente fosse ricordato nel miglior modo. E allora l'ho chiesto, qualche anno fa, al fratello Paolo Siani, portatore di un dramma che ha avuto la forza di raccontare a migliaia di ragazzini, e che ha trasmesso nel modo più sano alla sua splendida famiglia. Provai a farlo timidamente dopo l'uscita di Fortapàsc, domandandogli se quello non fosse il momento più alto della celebrazione del martirio di Giancarlo. La risposta ricevuta ancora oggi mi spezza il cuore e quantifica molte cose oltre al dispiacere e al dolore che non saranno mai domi e non si placheranno mai del tutto: 

In molti mi hanno chiesto in questi giorni perchè io faccio tutto questo, la mia risposta è stata istintiva: perchè ancora oggi dopo 23 anni e mezzo io mi incazzo

Incazziamoci, tutti i giorni, non solo quando è una data a ricordarcelo. Facciamolo in quanto è l'unico modo per non voltare la faccia, perché la famiglia Siani, come tutte le famiglie delle vittime, sono innocenti che sopportano sulle spalle un peso che non hanno scelto, e indignarci per quello che abbiamo permesso è il solo modo che abbiamo in dotazione per fargli capire che non stiano soffrendo a vuoto. Si tratta di un gesto minuscolo, che compiuto da tutti ci dispenserebbe dal bisogno di eroi.

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