Se la matassa dovesse sbrogliarsi, potremmo chiamarlo il “pasticciaccio brutto” della Terra dei Fuochi. La Cassazione, alla fine, è intervenuta su uno (ma la sentenza fa giurisprudenza) dei 13 sequestri di Caivano, acque e terreni bollati subito come avvelenati e sequestrati. Si è arrivati a questa svolta grazie a un imprenditore agricolo che, come altri, è rimasto impigliato in una vicenda amaramente kafkiana, trovandosi al contempo i terreni frettolosamente bollati come "avvelenati" e i prodotti agricoli perfettamente sani. Lui, però, Vincenzo Capasso, è passato al contrattacco e si è rivolto al Tribunale del Riesame sostenendo la bontà delle sue ragioni in questa vicenda kafkiana. E, dopo il nulla di fatto del Riesame, ha presentato ricorso in Cassazione. Che gli ha dato ragione: la sentenza annulla la conferma del sequestro e ora il Riesame dovrà decidere sulla base dei rilievi mossi dalla Corte suprema.  La decisione della Cassazione potrebbe avere un valore ben più generale del singolo caso e, paradossalmente, potrebbe mettere di nuovo tutto in discussione.

Terra dei Fuochi, perché la Procura ha ordinato i sequestri

I sequestri – Questa intricata storia comincia con un sequestro da parte del Corpo Forestale dello Stato. Di quelli grossi: più di 40 ettari di terreno, 15 fondi. Nell'autunno del 2013, i titoli sui giornali sono quelli da prima pagina: parlano di verdura al veleno, un'onta e un timore enorme per centinaia di famiglie che lavorano in agricoltura in quella zona, che vanno ad aggravare una situazione non certo florida in tutta l'area. La Procura di Napoli, sulla base di analisi effettuate volontariamente dagli stessi produttori, chiede il sequestro di pozzi, campi e prodotti, ritenendo che vi siano contaminanti nelle acque usate per irrigare, in quantità tale da essere un pericolo per la salute pubblica. L'ipotesi è avvelenamento. La paura e lo sconforto sono enormi: da quella zona si esportano prodotti in tutto il mondo, in particolare al nord Europa, soprattutto per la grande distribuzione. Il danno è inquantificabile, la prostrazione nella quale cade un intero territorio, pure.
Pozzi, terreni, prodotti, dunque, passano al setaccio della magistratura. Nell'acqua, in molti casi, sono stati rinvenuti floruri, manganese, arsenico. Composti che si trovano anche in natura, cioè possono essere presenti nei terreni: in gergo tecnico, contribuiscono a formare il cosiddetto “fondo naturale”. In alcuni pozzi viene rilevata la presenza di tetracloroetilene in misura superiore alla cosiddetta “soglia di rischio”.
A questo punto, la faccenda si complica e inizia ad assumere sfumature kafkiane: la legge, infatti, prevede che eventuali provvedimenti giudiziari sui suoli si basino su una analisi del rischio, da effettuare se i valori superano determinate "soglie". E poi bisogna conoscere i valori di fondo naturale, cioè quali composti sono presenti in quel terreno"per natura". Operazioni che a Caivano non vengono approfondite, sequestrando tutto sulla base di un'interpretazione restrittiva del “Testo unico ambientale”, che interpreta i parametri indicati non come "soglie", ma come limiti tassativi.  Il Testo unico ambientale, tra le altre cose, non sembra essere il riferimento di legge giusto per valutare l'eventuale inquinamento di acque che servono a irrigare i campi. Come se non bastasse, sempre nella legge presa a riferimento, la presenza di alcuni tra quei composti, nelle concentrazioni rilevate, è ammessa – ad esempio – nell'acqua potabile.

Cosa hanno rivelato le analisi sui prodotti

Il valzer delle analisi – Dopo la mannaia dei sigilli, il valzer delle analisi. Intanto per mesi e mesi, sotto la lente degli inquirenti ci sono i prodotti “avvelenati”. Viene cercato di tutto, ma qui arrivano le prime note stonate. Perché di prodotto avvelenato non ce n'è nemmeno uno. Le colture vengono dunque dissequestrate, e possono essere commercializzate. Gli imprenditori, però, devono disporre di nuovo tutti i controlli sui prodotti e a proprie spese: indicazione che suona come una beffa a quanti arrivano al dissequestro con le imprese al lumicino, già provate da mesi di inattività. Ormai gran parte del guaio è fatta: Fanpage.it ha documentato questa situazione con reportage e diversi articoli, che mostrano anche l'atmosfera mediatica nella quale si incardina l'inchiesta. Un clima fatto di problemi reali ma anche di allarme sparso su tutto, che ha portato grandi aziende a disdire i contratti in Campania e a rifiutare l'acquisto di prodotti agricoli da tutta la Regione per questioni di “opportunità” mediatica. Per sedare le crisi di panico dell'opinione pubblica, insomma.

Kafka in Terra dei Fuochi –  Ad alcuni imprenditori agricoli di Caivano, dopo le accurate analisi, viene permesso di commercializzare i prodotti, che sono risultati sani. Ma i terreni e i pozzi continuano a restare sotto sequestro. Poi è stata la volta dell'analisi sui terreni, nei quali non sono state trovate le sostanze rinvenute nei pozzi, ma altri composti che – sostiene la difesa – sono perfettamente compatibili con il valori di “fondo naturale” di gran parte della piana campana. Sarebbe stata la natura e non l'inquinamento, dunque, a mettere quei composti lì dentro, e a sostegno della tesi viene citato anche un rapporto dell'Arpac del 2002 che individua più o meno la stessa composizione del terreno in gran parte della piana campana di tipo vulcanico, che si stende quindi sotto il Vesuvio.

Cosa ha deciso la Cassazione

La Cassazione –  Ma alcuni imprenditori agricoli hanno deciso di reagire. Tra essi, Vincenzo Capasso, che si rivolge all'avvocato Marco De Scisciolo. Capasso, che ha visto sfumare i risultati del proprio lavoro dietro i sigilli della Procura, passa al contrattacco attraverso il suo legale.  Chiede al Tribunale del Riesame il dissequestro dei terreni e dei pozzi sulla base della perizia effettuata da Aurora Brancia, che in sostanza contesta in toto i sequestri: come si fa, in estrema sintesi, a sostenere che ci sia un avvelenamento se si applica una legge "a sproposito" e se i valori dei presunti contaminanti sono tranquillamente ammissibili per l'acqua potabile?  E, poi, se i prodotti sono perfettamente sani? Il Riesame, però, non si esprime nel merito e conferma la decisione dei pm: terreni e pozzi devono restare sotto sequestro. Il passo definitivo è la Cassazione, che clamorosamente ha annullato la sentenza del Tribunale del Riesame lo scorso 19 settembre, rimandando gli atti al Riesame per una corretta valutazione dell'istanza di dissequestro. Leggendo tra le righe, questa sentenza potrebbe avere un effetto deflagrante su molti altri casi analoghi e sull'assunto generale per il quale l'agricoltura campana e della cosiddetta Terra dei Fuochi sia avvelenata. Nelle motivazioni, la Cassazione muove alcune obiezioni al Tribunale del Riesame: innanzi tutto, il Testo unico ambientale viene interpretato e citato a sproposito, senza un'analisi del rischio e uno studio su quel territorio, che invece la legge prevede. In secondo luogo, per la Corte Suprema senza il prodotto avvelenato non c'è prova di avvelenamento e quindi pericolo per la salute pubblica, tant'è che il pubblico ministero ha autorizzato la vendita.

Se il prodotto non è avvelenato, se il presunto avvelenamento dell'acqua non è stato valutato con gli strumenti giusti, dov'è il pericolo? Al termine di questo viaggio nel labirinto della legge italiana, forse questo agricoltore – ed altri finiti in reti simili – canteranno vittoria, forse no. Ma chi ripagherà tutti loro (e tutti noi) dai danni di una gestione “emergenziale” del diritto, oltre che dei territori?