Sono ventidue le scosse sismiche di questa notte che, con epicentro Pozzuoli, si sono avvertite fino alla zona occidentale di Napoli. Da Fuorigrotta al Vomero, i quartieri partenopei collinari e più vicini al territorio puteolano hanno avvertito distintamente almeno tre scosse, con la più forte, di magnitudo 3.1, che ha tirato giù dal letto un bel po' di napoletani, anche se fortunatamente non si registrano danni a cose o persone.

Uno sciame sismico che è iniziato alle 4.16, in piena notte, ed ha continuato a scuotere la terra fino alle 7.23, con un totale di 22 scosse sismiche. Le tre più forti si sono susseguite in meno di un'ora: alle 4.16 (2.0 di magnitudo), alle 4.41 (magnitudo 2.5) e alle 4.59 (3.1 di magnitudo). Quest'ultima è la più forte registrata negli ultimi sei mesi, ed è stata avvertita distintamente, oltre che nel territorio puteolano per intero, anche nell'area occidentale di Napoli (Fuorigrotta, Pianura, Soccavo) e sui quartieri collinari (Vomero, Posillipo). La Protezione Civile comunale è all'opera per controlli e verifiche ma, al momento, non si registrano danni a cose o persone, ma soltanto tantissima paura.

Quella dei Campi Flegrei, del resto, è una zona vulcanica ad altissima attività sismica. Si tratta infatti di una immensa caldera, estesa per un raggio di 15-20 chilometri (da Pozzuoli fino ai Camaldoli, coprendo l'intera area occidentale della città di Napoli), che da milioni di anni fa registrare terremoti, eruzioni e fenomeni di bradisismo. L'ultima eruzione vera e propria si registrò nel 1538, quando un antico villaggio medievale venne letteralmente spazzato via da un'improvviso fenomeno magmatico, che ha dato vita al Monte Nuovo (così chiamato proprio dopo la sua formazione, durata circa sette giorni. Anche i laghi presenti in zona, come quello di Lucrino, sono di origine vulcanica. Insomma, una convivenza che esiste da sempre. Non a caso il nome della zona è rimasto quello greco: "flegreo" deriva infatti da φλέγω (pronunciato "flego"), che vuol dire proprio "bruciare, ardere". E dunque, già nell'antichità i Campi Flegrei erano indicati come il "terreno che arde".