Maxi-truffa alla Regione Campania sui fondi europei per la riconversione dei marittimi, la Corte dei Conti condanna 46 pescatori. Avevano preso il contributo di 40mila euro dalla Regione, finanziati con i fondi Fep 2007-2013, come buonuscita per abbandonare la pesca e cambiare mestiere entro 18 mesi, ma quasi nessuno l’ha fatto, continuando, in alcuni casi, anche dopo la cancellazione dal registro dei pescatori marittimi, a praticare l'attività professionale. I soldi usati per le proprie spese quotidiane, invece che per fare la formazione o per comprare le attrezzature per avviare una nuova attività. Tra i beneficiari anche condannati in via definitiva che non avrebbero potuto accedere al bando e pensionati. 

Alcuni, infatti, hanno falsificato anche le autocertificazioni sulle condanne penali per bypassare i requisiti del bando del 2011. Altri, invece, secondo la Procura, erano addirittura già in pensione, quando hanno fatto domanda. In maggioranza, comunque, di età avanzata: il più vecchio è nato nel 1934, il più giovane nel 1977. In un caso, i pescatori hanno sostenuto di essersi affidati a una «cooperativa di pescatori che avrebbe richiesto 500 euro ciascuno per il perfezionamento della pratica».

Adesso, per 46 pescatori campani arriva la scure della Corte dei Conti. Dovranno restituire i soldi presi, tutti o in parte, a Palazzo Santa Lucia. Una stangata da 655mila euro, con risarcimenti che vanno da 5mila fino a 40mila euro a pescatore. È quanto ha stabilito la sentenza della Sezione Giurisdizionale della Corte dei Conti della Campania, presieduta da Michael Sciascia, Ernesto Gargano e Francesco Albo consiglieri. Inchiesta condotta dal pm contabile Ferruccio Capalbo, che aveva chiesto una condanna per danno erariale da 3 milioni di euro. Tutte le parti, adesso, avranno modo di ricorrere in appello. Assolti, invece, i dirigenti della Regione Campania, Antonio Carotenuto, responsabile dell'Uod 08 pesca, acquacoltura e acqua, e referente regionale dell'Autorità di Gestione Radg, e Ermelinda Cozzolino, referente della misura Rdm, ai quali la Procura aveva contestato una condotta omissiva sui controlli. Le indagini, invece, hanno appurato l'estraneità dei due dirigenti.

L'inchiesta, delegata alla Guardia di Finanza, vede coinvolti i pescatori di diverse città del litorale campano. Si va dal lungomare di Napoli, a Pozzuoli e Bacoli, a Ischia, Torre del Greco e Torre Annunziata, Castel Volturno, Salerno e Cetara. I pescatori avevano partecipato al bando regionale del 2011 per la riconversione dei marittimi in altre attività diverse dalla pesca. Un progetto previsto da Bruxelles a tutela della sostenibilità del Mediterraneo.

Per il Collegio, invece, dagli atti del processo sono emerse «sufficienti evidenze documentali che dimostrano come abbiano disatteso l'impegno, formalmente assunto in sede di accettazione del contributo una tantum percepito dalla Regione Campania, di attuare la riconversione professionale in ambito diverso dalla pesca marittima, entro i 18 mesi successivi alla data del provvedimento di liquidazione, omettendo altresì di dare comunicazione, entro il medesimo termine, all'amministrazione erogante».

Non solo.

«Appare evidente – prosegue la sentenza – lo sviamento dalla finalità cui il contributo era espressamente destinato, atteso che i beneficiari, anziché utilizzarlo per porre concretamente le premesse del passaggio ad altra attività lavorativa (come attraverso la partecipazione a corsi di formazione professionale o l'acquisto di beni strumentali), destinavano il contributo di 40mila euro in modo prevalente se non esclusivo al sostentamento del proprio nucleo familiare».

Insomma, i pescatori avrebbero dovuto effettivamente cambiare mestiere entro i 18 mesi o comunicare alla Regione di non esserci riusciti. In questo caso, infatti, scattava la decadenza dal contributo. La semplice consegna del tesserino di pescatore professionale non era sufficiente, perché serviva anche la riconversione.

Le condanne più gravi, a restituire l'intero importo dei 40mila euro, sono andate a chi si è reso responsabile delle autocerficazioni false sui requisiti di moralità previsti dal bando. Otto pescatori, infatti, all'epoca della presentazione della domanda avevano già riportato condanne definitive, per reati come commercio di sostanze contraffatte, o di sostanze alimentari nocive, violazione di norme igieniche alimentari, resistenza a pubblico ufficiale.

«Emerge chiaramente – proseguono i giudici – che alcuni percettori delle misure compensative, contrariamente a quanto autocertificato al momento della richiesta di partecipazione al bando, non possedevano i requisiti previsti, avendo riportato a quella data condanne penali definitive». Per altri 7 le condanne sono divenue definitive dopo la presentazione della domanda o non riguardavano i reati previsti dal bando.