Tra la strada e il palazzo c’è una fila ordinata di gente in attesa. Donne, soprattutto donne, alcune con il capo chino per non farsi riconoscere. Hanno tutti guanti e mascherina, lo sguardo che insegue chissà quali pensieri e il ricordo di quel modesto benessere svanito con l’arrivo del virus. Siamo alle porte di Caserta, in uno dei paesi della Grande Appia – così un tempo fu battezzata la conurbazione che dalla città della Reggia arriva fino a Santa Maria Capua Vetere – ma potrebbe essere ovunque.

Qualcuno si affaccia, vede la folla composta, va via. Anche Teresa è andata via. Ha 58 anni, due figli, un lavoro da operaia svanito assieme al marito. Tanti anni fa. Fino a febbraio Teresa si arrangiava: qualche lavoro di piccola sartoria, la badante a ore, la domestica saltuaria: “Pochi soldi, ma me li facevo bastare”. Da due mesi sono finiti anche quelli. “Ma mi vergogno a far vedere che non ho da mangiare. Tornerò un’altra volta. Dal ragioniere, però, non ci vado più”. Era capitato qualche tempo fa, un’esigenza improvvisa a casa e la necessità di trovare mille euro nel giro di due giorni. “Non ho una busta paga, non posso andare in una finanziaria e neppure in una banca. Parlai con un conoscente, un tempo era una persona facoltosa poi aveva perso tutto al gioco. Mi disse di tornare il giorno dopo, che avrebbe parlato con il ragioniere. Trovai i mille euro, dovevo restituirne duecento di più. La somma aumentò perché un mese non avevo potuto. Mi tolsi il debito prima del tempo, non ho voluto più saperne. Meglio morire di fame”.

Il ragioniere, a quanto dicono in paese, fa davvero il contabile in una ditta ma il suo vero mestiere è quello di prestare soldi a usura. Raccatta clienti nelle sale da gioco della Nazionale, allarga il giro utilizzandoli come intermediari. Un insospettabile e grigio travet del denaro a strozzo, chissà se denaro suo o di qualche altro. In queste settimane sono quelli come lui che stanno facendo più affari: prestano piccole cifre, chiedono il dieci per cento al mese, corrono pochi rischi perché quella clientela paga e non si rivolge alle associazioni anti-racket. Sull’Appia e ad Aversa, dove il giro continua nelle palazzine, come sempre. E’ proprio nelle case popolari, dove l’usura viene finanziata dal clan dei Casalesi, che è stato deciso il cambio di strategia: meglio cento prestiti da mille euro che uno da centomila, nel primo caso i diecimila euro al mese di interesse sono assicurati, nell’altro si rischia di perdere capitale e interessi e di finire in carcere, come è capitato un anno e mezzo fa a Ferdinando Graziano, Gabriele e Luigi Brusciano, Nicola Pezone, Gennaro Sfoco, Onesto Iommelli. Riciclavano i soldi del clan Zagaria, un giro grosso che aveva come vittime imprenditori in difficoltà, che poi hanno denunciato tutto e si sono costituiti parte civile nel processo. Teste d’accusa, Nicola Schiavone, il figlio del capo clan Francesco Schiavone-Sandokan. Con dannato all’ergastolo, da un anno e mezzo collaboratore di giustiizia, il giovane Schiavone nel corso di un interrogatorio ha parlato proprio di Ferdinando Graziano “che esercita l'attività di usuraio in Aversa ed è considerato uno dei più grossi.

Impegnava il denaro di Michele Zagaria, di Antonio Basco, di Oreste Basco e Pasquale Pagano, prima legati a Giuseppe Caterino e successivamente affiliati a Michele Zagaria. Il Graziano aveva un giro di denaro da fornire denaro agli altri usurai del circondario quali Gennaro Sfoco, detto ‘0 Setacciaro. Graziano aveva un giro di affari tale che gli consentiva di finanziare quasi esclusivamente imprenditori in difficoltà o comunque imprenditori che avevano bisogno di liquidità, non aveva tra i suoi clienti padri di famiglia o comunque soggetti che avevano bisogno di piccole somme”. Fino al cambio di rotta dell’ultimo periodo, in attesa di tempi migliori.

Don Stefano Giaquinto è il parroco della chiesa di San Michele Arcangelo, a Casagiove. Con i suoi volontari da settimane sta distribuendo pacchi viveri a chi ha bisogno. “E sono aumentati parecchio. In genere non chiedono soldi, solo latte e biscotti per i bambini, un po’ di olio, qualche pacco di pasta. Ma qualcuno si vergogna di venire qui da noi. Quando veniamo a sapere di qualcuno che non ha da mangiare, andiamo noi. Ma altri vanno altrove, noi possiamo immaginarlo ma non sappiano dove”. Perché di usurai come il ragioniere o come quelli delle palazzine ce ne sono parecchi.

Michele Zagaria in manette
in foto: Michele Zagaria in manette

Stessa conurbazione, all’esterno di un centro di raccolta di generi alimentari. C’è il vecchio, a qualche decina di metri di distanza, che osserva, si avvicina a un uomo, parlotta, poi torna al suo posto. “In genere – racconta uno dei volontari, che accetta di parlare solo dietro garanzia dell’anonimato – lo vedi fuori alla sala scommesse, qua dietro. Adesso il gioco è fermo e lui, evidentemente, cerca nuovi poveri a cui prestare soldi. Ma quello fa parte del giro grosso, è roba di camorra”. Roba dei Casalesi, per conto dei quali quel giro ha riciclato e investito centinaia di milioni di euro in Italia e nell’Est Europa attingendo a piene mani all’inesauribile e trasversale cassaforte (ma anche società decotte da rivitalizzare e utilizzare come cartiere) che fu della banda della Magliana.

Imprenditori in difficoltà ce ne sono moltissimi, ma al momento stanno aspettando le provvidenze dello Stato. Che non saranno per tutti. Le banche si attendono un aumento vertiginoso dei conti in sofferenza e solo allora, tra agosto e settembre, riprenderanno a fare affari le società finanziarie controllare da capitali mafiosi e i colletti bianchi della finanza sporca. Una previsione fatta qualche giorno fa dall'Uif, l'Unità di informazione finanziaria della Banca d'Italia che ricorda come il blocco delle attività produttive determinato dalla pandemia da coronavirus "determini situazioni di difficoltà finanziaria" che favoriscono le mafie le quali possono contare "sul radicamento sul territorio, il reclutamento di affiliati presso le fasce più deboli della popolazione e l'ampia disponibilità di capitali illeciti”.

"Il prolungato periodo di lockdown – ha scritto l’Uiif lanciando l’allarme – fornisce alle mafie nuove occasioni" per "svolgere attività usurarie e per rilevare o infiltrare imprese in crisi con finalità di riciclaggio. L'attuale situazione di emergenza sanitaria -espone il sistema economico-finanziario a rilevanti rischi di comportamenti illeciti: sussiste il pericolo di truffe, di fenomeni corruttivi e di possibili manovre speculative anche a carattere internazionale; l’indebolimento economico di famiglie e imprese accresce i rischi di usura e può facilitare l’acquisizione diretta o indiretta delle aziende da parte delle organizzazioni criminali”. Attività quest’ultima, che in Campania sarebbe già iniziata con l’acquisizione di negozi e piccole aziende zootecniche dell’area dei Mazzoni.