Il verdetto è arrivato dopo oltre 30 anni ed è di quelli che lasciano l'amaro in bocca: l'ex "Vincenzo a mare", il mostro di cemento che sorge sul lungomare di Pozzuoli, in provincia di Napoli, non è abusivo e non va abbattuto. A pronunciarsi è stato il Consiglio di Stato, che ha respinto così l'ordinanza di abbattimento presentata, ormai tre anni fa, dal Comune di Pozzuoli, avallando così la tesi dei proprietari dello stabile. L'amministrazione comunale flegrea contestava tendenzialmente due irregolarità: la difformità dell'opera finita rispetto al progetto presentato e la presenza della sola licenza edilizia, mentre era mancante quella paesaggistica. Se le cose dovessero rimanere così, resterebbe dunque in piedi il mostro di cemento, del quale oggi sono visibili solo le fondamenta, come un cadavere in decomposizione, che da oltre 30 anni deturpa il paesaggio del lungomare di Pozzuoli. Ed è un peccato, dal momento che la porzione di lungomare che si trova immediatamente a ridosso dell'edificio, alla quale si accede anche da via Matteotti e dalle scale sul sagrato della parrocchia del Santissimo Rosario e di San Vincenzo Ferrer, è stata solo da qualche anno restituita alla comunità, dotata di aiuole, panchine e di una scogliera sulla quale prendere il sole.

La storia di "Vincenzo a mare"

Quello che adesso appare sventrato, simile a uno dei tanti edifici abusivi mai completati che è possibile "ammirare" un po' ovunque, una volta era "Vincenzo a mare" appunto, uno dei più rinomati ristoranti dell'area flegrea, una costruzione che sorgeva proprio sull'acqua, in stile Palazzo Donn'Anna a Posillipo. L'attività commerciale, però, ha chiuso i battenti nel 1972, e da allora, da 37 anni, l'edificio versa nel più totale abbandono. Ma prima del noto ristorante, per cosa veniva utilizzato l'edificio? Nella seconda metà del Seicento, la costruzione sul mare ospitò i Padri Cappuccini del convento di San Gennaro, costretti a spostarsi dalla Solfatara. Lasciato in abbandono nella seconda metà dell'Ottocento, alla fine del XIX secolo il palazzo venne rilevato dal gastronomo napoletano Gennaro Polisano, che ne fece una trattoria. Nel 1926, poi, l'edificio venne acquistato dal cuoco Vincenzo Maiorano, che lo trasformò in "Vincenzo a mare".