«Direttore, ho scoperto una cosa. Mi è venuta una curiosità, un amico mi ha raccontato un fatto, ho approfondito e ho scoperto che qualcosa non va. Che dici, lo scriviamo?».

Redazione qualunque di un giornale qualunque. Oggi più di ieri ma anche ieri. Normale dialettica tra il cronista e il suo capo con un finale quasi scontato: non se ne fa niente fino a quando non arriva un comunicato, non c’è un arresto, la Procura (o il Comune, l’Asl o chi preferite) non avalla, tutte le parti non concordano. O fino a quando quel fatto non arriva in tv, non importa se in un programma-spazzatura. E’ capitato a tutti noi, con differente intensità. Ai più fortunati è bastato insistere per qualche giorno, agli altri è passata la voglia.

Il giornalismo si uccide così, smorzando la curiosità e la voglia di andare a fondo alle questioni, a prescindere dalla responsabilità penale delle persone coinvolte, che non tocca al giornalista ipotizzare o accertare. Ebbene, avendo praticato questo mestiere per quarant’anni, dubito assai che a nessuno sia mai venuta la curiosità di sapere da dove sono spuntati Tony Colombo e Tina Rispoli. E come siano arrivati sul grande schermo, in programmi-contenitore di grandissimo ascolto. E come avesse fatto la figlia di Tina Rispoli e Gaetano Marino, all’epoca una bambina appena dodici anni, a partecipare nel 2012 a un talent su Rai Uno, con il papà (ucciso qualche mese dopo) a seguirla compiaciuto tra il pubblico dello studio. E a chiedersi cosa ci sia dietro i cantanti neomelodici e i loro produttori, che riescono ad aprire porte altrimenti serrate con lucchetti rinforzati. E a domandarsi se tutto questo sia normale, se lo showbiz possa giustificare questo ed altro, come le conoscenze e le frequentazioni di cantanti e produttori con capiclan di mafia, camorra, ‘ndrangheta.

Ecco, chiederselo è umano e normale. Cercare di rispondere anche, se si è giornalisti. Documentarlo pure, se si è bravi giornalisti e se nessun direttore oppone l’imbarazzata prudenza di Ponzio Pilato. Anche questa volta Fanpage ha dato forma, voce e carte a domande che moltissimi si sono fatti e a cui nessuno, sinora, ha risposto. La connection Rispoli-Colombo, con l’inquietante contorno a tinte fosche è rappresentata con immagini suggestive, documentazione rigorosa, appeal da fiction con il valore aggiunto di essere storia vera.

Come era stato con Bloody Money. Anticipando la Procura antimafia? Chissà. Diciamo pure che non ci interessa, perché la rilevanza del fenomeno prescinde dalle indagini giudiziarie. Ed è un fenomeno sul quale dovrebbero interrogarsi anche i responsabili dei programmi delle grandi reti nazionali che, ospitando la coppia più trash del mercato discografico neomelodico, fanno entrare (al di fuori del reale contesto) nelle case di tutti storie, fatti, personaggi della storia nera d’Italia. Finendo per restituire un alone di “normalità” ai prestanome di Michele Zagaria, a capicosche siciliani e calabresi, a trafficanti di armi romeni. Farà pure spettacolo ma è uno spettacolo macchiato di sangue. Ed è doveroso saperlo anche se magari non ci sarà mai un comunicato stampa, un arresto, un processo. Perché i giornalisti questo fanno, raccontano i fatti. Soprattutto quando non piacciono e insidiano il potere.