La quarantena è questione di classe sociale. Non è uguale per tutti e non potrebbe esserlo da nessuna parte. Men che meno a Napoli dove circa 45 mila persone vivono ancora nei bassi, terranei o ex locali commerciali adibiti a casa. Negli ultimi hanno sono stati letteralmente presi d'assalto dal mercato del turismo che li ha trasformati in B&B e case vacanze, spesso senza le dovute autorizzazioni in un settore ed in una città dove i controlli sono una chimera. Ma in quei buchi da 20-30 metri quadrati ci vivono persone in carne ed ossa. Nel solo centro storico tra i Quartieri Spagnoli e Montesanto se ne contano circa 900. Fare la quarantena chiusi nei bassi, senza mai riuscire a vedere il sole non è come farla a Chiaia o a Posillipo, oppure al Vomero che, paradossalmente è tra i quartieri più colpiti da Coronavirus in città.

La signora Maria Cinque è pensionata, ha 78 anni e vive insieme al marito da 48 anni nel suo basso a Vico Lepre, nella parte alta del quartiere Montesanto. Ci accoglie sull'uscio con una mascherina di fortuna calata sul viso. Sono quelle che somigliano ai "panni swiffer" per togliere la polvere. La Protezione Civile ne ha regalate migliaia alla Regione Campania che a sua volta le ha distribuite negli ospedali. Medici ed infermieri davanti a quel panno assolutamente incapace di fermare il virus hanno protestato. Ci sono voluto 15 giorni per far capire al governatore Vincenzo De Luca che non andavano bene. Sono state così dirottate altrove. La signora Maria la indossa mentre ci racconta dove vive: "Io ho una sola finestra, questa qui sulla porta. Sono 30 metri quadrati in tutto, ci sta il bagno e sopra al soppalco c'è la piccola stanza da letto". Un basso come tanti ce ne sono a Napoli, dove la cucina è anche soggiorno e salotto e gli elettrodomestici trovano posto uno attaccato all'altro. E così in fila c'è il frigorifero, la lavatrice e poi la cucina, senza soluzione di continuità. "La quarantena non è uguale per tutti – ci racconta la signora Maria – c'è chi è libero e chi sta in galera, noi qua stiamo chiusi dentro a 30 metri quadrati, non ho finestre se voglio prendere un poco d'aria devo uscire qua fuori. Possiamo solo cucinare, mangiare e dormire, è più di un mese che sto così ma non ce la faccio più".

Per prendere "aria" la signora Maria si affaccia sul vicolo, scambia quattro chiacchiere con la signora del basso accanto, manda il marito a fare la spese e le commissioni che ancora è possibile svolgere. In casa il sole è davvero un miraggio, il Vico Lepre è stretto, ci passa giusto giusto una sola macchina e quando passa il furgone dell'alimentari all'angolo bisogna mettersi rasi al muro per non essere investiti. Nemmeno con la sola finestra spalancata entrerebbero i raggi del sole. Davanti a tutto questo fanno rabbia, più che sorridere, le lamentele per il jogging che non si può fare, per i baretti che sono chiusi, per la passeggiata che è vietata. Anche perché, molto spesso, chi si lamenta di questo aspetto delle restrizioni dovute alla pandemia da Coronavirus, lo fa da comode ville nella parte collinare della città, oppure da appartamenti da 150 metri quadrati nei quartieri residenziali, grandi 5 volte il basso della signora Maria. Ed al panico da contagio di certe zone della città, la signora Maria risponde con sicurezza e quel pizzico di fatalismo tipico dei napoletani: "Io non ho paura del virus, mangio aglio e cipolle appena mi vede scappa via" sorride. Poi torna seria: "Sul serio non ho paura, ho 78 anni anni, 78 capisci? Se viene, qua stiamo e se non viene se ne torna indietro".

Non ce la fa più la signora Maria, ce lo dice con consapevolezza, ma sapendo anche che appena può farà di nuovo capolino con la testa fuori al vicolo, per vedere se passa qualcuno. Ha messo la migliore mascherina che ha trovato, pulisce la casa e disinfetta, sta attenta quando va a fare la spesa. Resiste. E se viene il virus, lei non ha paura.