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Covid 19
13 Marzo 2020
7:10

A Napoli un esercito di lavoratori in nero finirà in ginocchio

Con le nuove misure introdotte dal Governo per limitare la diffusione del coronavirus si fermano tutte le attività commerciali considerate non essenziali. E un esercito di lavoratori in nero, che si stima in Campania siano 42mila persone, potrebbe ritrovarsi allo sbando senza nessuna tutela né alcun tipo di sussidio.
A cura di Nico Falco
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Il nuovo decreto del Governo per limitare la diffusione del coronavirus ha introdotto nuove e più stringenti norme, determinando la chiusura di tutti i negozi e le attività commerciali considerate non essenziali. Restano quindi aperti benzinai, supermercati e farmacie, per citare qualche esempio, ma chiuderanno negozi di abbigliamento, ristoranti, pub, pizzerie, botteghe da barbiere e centri estetici. Il Governo ha incentivato le ferie e ove possibile il lavoro da casa, mentre sono previste misure di sostegno agli imprenditori (e quindi ai dipendenti). Problemi invece limitati per chi lavora per attività essenziali, che potrà continuare ad andare a lavorare. Ma chi aiuterà quelli che, invece, non potranno avere accesso a sussidi e nemmeno continuare ad andare al lavoro? nessuno.

Secondo i dati diffusi dall'Osservatorio Assolavoro e da Datalab nel giugno 2019, in Italia ci sono 294mila persone che lavorano in nero e il 20% di queste è in Campania. I lavoratori totalmente in nero sono circa 42mila: come se un grosso comune, paragonabile a Ercolano o ad Aversa per popolazione, fosse composto interamente da persone che si spaccano la schiena senza nessuna tutela, senza nessuna speranza di avere prima o poi una pensione e, in casi di emergenza sanitaria come questo, con la prospettiva di finire in mezzo a una strada senza nessun tipo di sussidio.

I dati sembrano forse esagerati, ma basta ragionarci un attimo per capire che, forse, sono sottostimati. Basta pensare a uno dei casi più eclatanti, scoperto solo pochi mesi fa: in una fabbrica di Melito c'erano al lavoro 57 operai, tutti a nero. E basta riflettere sulla realtà che vediamo ogni giorno (e che rivedremo, quando potremo tornare a uscire da casa), tra il ragazzo del bar, la sciampista, ‘o ggiovane che consegna la spesa a casa e quell'altro che corre su e giù su un motorino scassato per consegnare pizze: in Italia non esiste nessun contratto di lavoro che preveda come stipendio quei quattro spiccioli, se vieni pagato duecento, nei casi migliori quattrocento euro al mese, vuol dire che stai lavorando a nero.

E cosa potranno fare, questi lavoratori? Il sussidio non gli spetta, risultando disoccupati. Potranno contare sul buon cuore del datore di lavoro, che però è lo stesso che solitamente li tiene a lavorare otto, dieci e dodici ore al giorno per paghe da fame e che adesso oltre alla giustificazione della perenne crisi potrà usare quella di "‘o virùs". E non potranno nemmeno cercarsi altro: le forze dell'ordine sono autorizzate a controllare che quanto scritto nelle autocertificazioni corrisponda al vero, e di certo non potranno dichiarare che stanno uscendo di casa per andare sul posto di lavoro. Potrebbero chiedere il reddito di cittadinanza, se non l'hanno già fatto, ma i primi soldi ci metteranno tempo ad arrivare. Gli unici che avranno un'ancora di salvezza saranno quelli che il reddito già lo prendono, e che finora l'hanno intascato illegalmente, come entrata aggiuntiva allo stipendio in nero. Si salveranno, come al solito, i furbetti.

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