Il baby boss Emanuele , esanime, entra al pronto soccorso dell’Ospedale Loreto Mare, colpito a morte.
in foto: Il baby boss Emanuele , esanime, entra al pronto soccorso dell’Ospedale Loreto Mare, colpito a morte.

È il 2 luglio 2015: Napoli ribolle di caldo in quella che sarà una delle estati più torride del secolo, e di rabbia criminale: il centro storico, tra Forcella, i Tribunali, via Duomo, porta Capuana, via Rosaroll, la stazione Centrale, è lo scenario di una sanguinosa faida di camorra che lascerà a terra decine di persone, uccise nell'ambito della lotta per il predominio del territorio. Obiettivo: chi deve controllare il traffico di cocaina, marijuana e hashish. La faida non è come le altre: stavolta capi, soldati e vittime sono ragazzini. È la guerra dei baby boss, la cosiddetta ‘paranza dei bambini', i giovanissimi camorristi che sono entrati al comando delle piazze di spaccio lasciate vuote dai capi storici, morti, al 41 bis o pentiti. Lo scontro è con le vecchie organizzazioni criminali che controllano quelle zone dove invece i ragazzi riemergono e con una spietatezza che – spiegheranno poi gli inquirenti – in alcuni casi eguaglia o addirittura supera la storica guerra degli anni Ottanta tra Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo e il cartello della Nuova Alleanza.

Le immagini di questo video sono quelle dell'esterno e dell'interno dell'ospedale Loreto Mare di via Marina, un posto di frontiera: lì finiscono tutti i feriti d'arma da fuoco di quelle zone. Una moto scarica un ferito privo di conoscenza, esanime. Verrà solo poi chiarita la sua identità: è Emanuele Sibillo, colpito alle spalle in un conflitto a fuoco con il clan avversario, quello dei Buonerba, avvenuto poco prima in via Oronzio Costa, la strada simbolo della guerra di camorra di quei mesi. Sibillo è il reggente della ‘paranza' di Forcella, a dispetto della giovane età , 20 anni, è un capo riconosciuto. Era latitante dal mese di giugno, ma a fermare la sua corsa sono arrivati prima i proiettili dei suoi nemici che le manette della polizia. Sibillo è stato ucciso dopo un conflitto a fuoco: lo dimostrano i numerosi bossoli di pistole diverse rinvenuti a terra dalla Polizia Scientifica. Si nascondeva nella sua zona, ma era braccato dai suoi nemici che nella stessa strada avevano già ferito, giorni prima, i suoi guardaspalle. Il suo posto sarà poi preso dal fratello Lino Sibillo che verrà successivamente arrestato.

Dunque, qualcuno preleva il corpo di Sibillo, lo porta in ospedale ma non c'è niente da fare. I guardaspalle si liquefano, letteralmente, prima che polizia faccia domande: lasciano a terra perfino la Honda Transalp con cui sono arrivati, risultata poi intestata ad un pregiudicato. Siamo nel 2018. Nel corso di questi anni la storia emblematica di Emanuele Sibillo è girata di bocca in bocca tra i guaglioni che lo vedono come un martire: molti scrivono il misterioso acronimo E.S. 17 sui muri del centro antico.  C'è perfino un ricordo su Youtube, con una canzone e le foto del giovane camorrista ucciso; in via Oronzio Costa c'è un tabernacolo che è diventato un vero e proprio altare dedicato al giovane Sibillo.

Un adolescente come tanti? Quando Emanuele era nel progetto di recupero per minori nel carcere di Nisida , diceva di voler fare il giornalista e agli educatori sembrava sinceramente interessato a cambiar vita. Ora la storia del babyboss, basata su video e foto esclusivi realizzati dallo stesso Emanuele e dalla sua compagna,  diventa un'indagine sulla vita di questi ragazzi: da una idea di Roberto Saviano, scritto da Diana Ligorio e Conchita Sannino, su Sky Atlantic e Sky TG24 andrà in onda "ES17", il docufilm che parla del giovane boss ucciso attraverso video privati, racconti e attraverso le parole della compagna del ventenne, Mariarca Savarese.