Noi stiamo lavorando, tanta gente no. E non ha da mangiare. Noi, che siamo stati sempre gli ultimi, ora siamo i fortunati. Tocca a noi aiutare gli altri, rimboccarci le maniche e sfamare chi non ha niente”. Ricordate i romeni tutti ladri, quelli che “purtroppo non li possiamo espellere perché sono comunitari”? Ricordate bene? Era appena qualche mese fa, in pieno furore sovranista e xenofobo, all’epoca del “prima gli italiani”. Ebbene, lei si chiama Gianna, vive in Italia – per la precisione a Castel Volturno – da diciotto anni ed è nata in Romania. Dice di sentirsi italiana “un poco”, e invece tanto essere umano. Gianna è la presidente di Agromania, una cooperativa di braccianti agricoli, tutti suoi connazionali. Proprio quelli bistrattati e maltrattati, quelli che quando va bene guadagnano trenta euro al giorno per dodici ore di fatica, senza contributi e senza assegni. Ma come il premier albanese Edi Rama, ora che è il tempo del disastro e del lutto, anche loro, nel loro piccolo, vogliono ringraziare il Paese che li ospita, pure se non è il loro. Gianna ha contattato i proprietari dei terreni per i quali lavorano lei e i suoi braccianti, ha spiegato la sua idea, ha raccolto adesioni anche da chi non si è mai servito della coop. E così, a fine giornata, il raccolto di oggi – insalata, broccoletti, ravanelli, frutta, fave – sarà consegnato al Comune e destinato a chiunque ne abbia bisogno, italiani e stranieri.

Gianna è pure meravigliata dell’attenzione della stampa. E ringrazia lei, considerando il suo gesto solo una piccola cosa. In campagna con guanti e mascherina, distanza di sicurezza rispettata, il primo furgone già carico prima della pausa per il pranzo. “Andremo avanti fino al tramonto, poi porteremo il raccolto al Comune, saranno loro a provvedere alla distribuzione”. Venticinquemila abitanti censiti, altrettanti invisibili – soprattutto, ma non solo, stranieri – la già poco florida economia basata sul turismo estivo e sulla mozzarella già entrata in una crisi pericolosissima. Per alcuni comparti, irreversibile. Una situazione già vissuta pochi anni fa e sfociata in tensioni sociali, manifestazioni razziste, omicidi. Fu in quel clima che nel 2008 Giuseppe Setola riuscì a rafforzare il consenso popolare verso la camorra casalese, utilizzando il bastone (kalashnikov e pistole) e la carota (benefici e soldi a vecchi e nuovi fiancheggiatori). Le comunità straniere del litorale Domiziano pagarono un altissimo tributo di sangue: dieci delle diciotto persone uccise eran albanesi, ghanesi, liberiane.

Quel tempo è passato? Probabilmente no, ma la povertà diffusa, senza più distinzione, ha però sopito le tensioni. Quanto sarà lunga la memoria, quanto peserà lo spirito di comunità che si è creato in queste settimane, lo scopriremo solo quando l’Italia riaprirà i battenti. Quale Italia lo scopriremo poi.