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Cinquecento euro e il morto tornava vivo e poteva essere dimesso. Il "miracolo", che permetteva ai familiari di portare il corpo a casa superando lungaggini burocratiche e disposizioni di legge, lo facevano gli affiliati al clan Contini. Era uno dei servizi che offrivano grazie al controllo capillare che avevano sul San Giovanni Bosco trasformando l'ospedale in una base logistica e in un'altra fonte di introiti per il gruppo criminale. Il rapporto con la struttura ospedaliera, hanno appurato i magistrati, era così profondo da essere riconosciuto anche dagli affiliati agli altri clan: quello era l'ospedale dei Contini, tutto veniva gestito dagli uomini di don Eduardo ‘o Romano e anche i sindacati dovevano tenere conto delle disposizioni della camorra. Del resto, la struttura ospedaliera della periferia nord di Napoli era quella dove aveva lavorato Paolo Di Mauro, detto Paoluccio l'infermiere, uno dei boss dei Contini deceduto nel 2018.

L'escamotage dei morti che risultano vivi viene descritto nell'ordinanza contro il clan Contini e l'Alleanza di Secondigliano, eseguita oggi 26 giugno. Dall'inchiesta della Procura di Napoli emerge che chi aveva necessità di riavere la salma quanto prima poteva rivolgersi agli affiliati al clan Contini che, grazie ai loro contatti all'interno dell'ospedale, modificavano i certificati.

La legge prevede che, nel caso una persona muoia in ospedale, il corpo non possa essere spostato se non con una procedura ad hoc. Ma se, con documenti falsi, si attestava che il paziente era ancora vivo, non c'erano più ostacoli, il paziente poteva essere dimesso normalmente e quindi il corpo veniva trasportato a casa con un'ambulanza. Il servizio costava cinquecento euro, ovviamente in nero.