All'ingresso vi accoglie un'auto parcheggiata in divieto di sosta. Proprio davanti al cancello dove sono meticolosamente impartite le regole ai visitatori. Che il veicolo possa appartenere a un turista particolarmente maleducato, data la posizione del Parco Vergiliano a Piedigrotta, è da escludere. Anche considerato che l'ingresso del parco della "Tomba di Virgilio", come i napoletani sono soliti chiamarlo, è accanto al casotto della vigilanza. Che appartenga a uno dei dipendenti che tiene aperto il parco nella domenica conclusiva della Settimana dei Musei, iniziativa lanciata dal ministro Alberto Bonisoli per promuovere la grande bellezza italiana?

A pensar male spesso non si fa peccato. Soprattutto considerata la propensione di alcuni "ministeriali" – lo ribadiamo: solo alcuni – a sentirsi un po' "Borbone", padroni del bene di cui in realtà sono semplicemente servitori. Nei pressi del suddetto casotto di guardiania, peraltro, fanno bella mostra di sé cartacce lasciate da qualche incivile e persino una pompa che sicuramente servirà a tenere ben umidi i cumuli di fogliame secco accatastato negli angoli e sotto i muri – a quanto pare vera e propria specialità di chi fa la manutenzione nel Parco – ma che in ogni caso una buona norma di ospitalità vorrebbe rimessa in ordine e occultata alla vista dei visitatori francesi, americani e italiani sulle orme dei grandi poeti Publio Virgilio Marone e Giacomo Leopardi, che qui riposano.

Sarà per il cognome porto e per il mestiere che faccio, ma per me questo luogo è sempre stato estremamente caro. L'idea che l'autore dell'Eneide, il più grande poeta in lingua latina, avesse la sua residenza a Napoli e che qui fossero trasportati i suoi resti all'indomani del malore che lo colse di ritorno dalla Grecia, e che gli fu fatale in quel di Brindisi nel 19 a.C., mentre tornava "sulla via per Pozzuoli", mi è sempre parso – forse un po' ingenuamente – un motivo di vanto della mia appartenenza partenopea.

Lo è ancora di più al pensiero che anche il Sommo poeta della lingua italiana, Giacomo Leopardi, avesse quasi due millenni dopo intrecciato il suo destino con la città di Napoli (dove malauguratamente per lui vi trovò la morte nel 1837) e che entrambi i loro monumenti funebri si trovassero nel medesimo luogo. Questo sarebbe il meraviglioso Parco Vergiliano a Piedigrotta, nel capoluogo partenopeo, dove è incastonata la famosa e interdetta Crypta Neapolitana, la Grotta che – leggenda vuole – Virgilio Mago creò in una sola notte per collegare Napoli e Pozzuoli sotto la collina di Posillipo: un incantevole e silenzioso luogo del dialogo tra poeti, che oltrepassa i secoli e i confini della morte.

Se la Crypta Neapolitana – su cui pure da decenni si favoleggia di poderosi interventi di recupero trasversali alle competenze tra il ministero dei Beni Culturali e il Comune di Napoli, motivo per cui qualche settimana fa c'è stata un'ultima interrogazione parlamentare – è data irrimediabilmente per persa data la vastità dell'intervento di cui necessiterebbe, motivi di indignazione maggiore crea al visitatore comune la visita al Parco Vergiliano nel suo complesso, dove è visibile un degrado certamente non irrimediabile, indice di una grave sciatteria nella gestione di un monumento di tale importanza. Insomma, né Virgilio né Leopardi – e tantomeno i visitatori indigeni e i turisti – meritano una tale scenografia.

D'accordo, la lattina di Pepsi abbandonata tra i pini del cui legname si narra fosse costituita l'ossatura del Cavallo di Troia ci può stare. Nel senso che ci può stare possa essere stata abbandonata da poco, dal solito incivile, anche se c'è da chiederci perché l'uomo addetto al controllo dei flussi in questa particolare zona del monumento e sotto i cui occhi se ne sta la lattina non la raccolga o non avvisi nessuno per farlo. E che dire dei servizi igienici. Mettiamo da parte l'indecenza di servizi così vecchi e malmessi – mancheranno le risorse per rimetterli a nuovo, si dirà – eppure non mancano le risorse per pulirli, per affidare l'appalto a qualche ditta, considerato che del tutto inservibili non sono. Nonostante ciò, come documentiamo nella nostra gallery di immagini, perché mai nessuno ha mai pensato di dare una ripulita, oltre che alla tazza, anche alla finestra polverosa e incrostata di ragnatele al suo interno?

Non manca quindi proprio tutto, mi verrebbe da dire, un po' di risorse per la decenza ci sono, manca invece l'amore per un lavoro ben fatto, come al solito. Perché anche pulire i cessi, in fondo, è un lavoro che va fatto, se non con amore, almeno con attenzione e quel minimo di perizia. A maggior ragione in un luogo di bellezza. A maggior ragione il lavoro di vigilare e controllare su chi pulisce i servizi igienici, rimette o meno a posto le pompe e parcheggia dove gli pare. Sono tutti sporchi lavori, ne conveniamo, ma qualcuno dovrà pur farli.