Quando, nella primavera del 2011, un centinaio di intellettuali sottoscrisse un appello in favore della candidatura a sindaco di Luigi De Magistris era impossibile prevedere che un simile consenso fosse irrimediabilmente eroso nel tempo. Non che gli appelli degli intellettuali valgano, in genere, più di tanto; tuttavia in quel caso era sintomatico di, almeno, un paio di circostanze. La prima: la borghesia meno accattona abbandonava il modello “Bassolino-Iervolino” e un Partito Democratico incapace, persino, di proporre candidature inappuntabili; la seconda: De Magistris, reduce dalle visibilmente battagliere attività di magistrato in Calabria, proponeva alla città un’alleanza politica inedita ma geniale. Si proponeva di saldare aspirazioni apparentemente antitetiche: quelle della borghesia propensa più alla buona amministrazione della città che al flusso di consulenze e quelle di classi a forte rischio di esclusione sociale delle periferie che, nel dalla sinistra tradizionale, erano state private di rappresentanza politica. Un blocco sociale, quello “Chiaia con Secondigliano”, possibile solo a Napoli ma non per questo meno difficile da portare avanti; tale, anzi, di condurre il suo proponente ad una seconda rielezione. Non che non si siano presentate circostanze favorevoli: la crisi dei rifiuti, il ridimensionamento morale del ceto politico storico, la propensione all’affarismo della destra erano fattori vantaggiosi; tuttavia l’intuizione politica di De Magistris non va in alcun modo sottovalutata.

Si respirava, sembra passato un secolo, un’aria di “Napoli laboratorio politico”, pur con slogan che, successivamente, non sarebbero mai divenuti sostanza; ma tant’è. Anche dagli slogan ad effetto passano i radicali mutamenti. E si era pur disposti ad accettare le bandane arancioni nell’attesa di nuove modalità di conduzione della macchina comunale, nella gestione delle nomine, nella efficienza delle aziende partecipate, sopportando che la strana coppia “borghesia e periferia” partorisse fenomeni inconsueti: un assessore, proveniente dal terzo settore, che in luoghi pubblici comunali dava rifugio a migranti e rom e un altro assessore, magistrato, che il giorno dopo mandava i vigili urbani a effettuare lo sgombero.
Ma, dopotutto, si trattava di peccati veniali: il settennato demagistrisiano ha evidenziato pecche ben più profonde, che proviamo ad elencare, esplicitando successivamente quello che ne pare il minimo comune denominatore:

  1. la fallimentare gestione del bilancio comunale. Nell’economia finanziaria si suole distinguere tra illiquidità, quando i problemi derivano da un’asimmetria temporale tra entrate ed uscite, e insolvenza, quando esiste una strutturale incapacità di riportare le entrate allo stesso livello delle uscite. Ebbene, il nostro comune è letteralmente insolvente e non c’è “debito ingiusto” o contrazione iniqua dei fondi statali che possa alleviarne la condizione;
  2. tra borghesia e periferia…nessuno soddisfatto. Il connubio geniale è divenuto una fonte di doppia opposizione: da un lato la borghesia di Chiaia vive come alieno chi, anche in nome del risanamento cittadino, era stato eletto e che ora denota, nella gestione del decoro urbano e della rimozione della spazzatura, le stesse pecche del duo Iervolino-Bassolino; dall’altro lato le periferie che sentono riecheggiare il rito della centralità dei propri bisogni, senza che alcuna azione adeguata sia mai stata intrapresa.
  3. le circoscrizioni quali collettori di consenso. È singolare che i responsabili di talune circoscrizioni “amiche” tendano a muoversi secondo uno schema collaudato: in caso di eventi positivi (nuove iniziative, inaugurazioni ecc.) il merito è sostanzialmente del comune; nelle situazioni avverse si tuona contro i poteri regionali e statuali. Si declina un nuovo “politically correct”, fatto di mera apparenza e di visibilità in cui le parole d’ordine oscillano ritualmente tra “donne-bambini-camorra-emarginazione”.
  4. La crisi irreversibile dei trasporti urbani pubblici. Due erano, sostanzialmente, le richieste che la cittadinanza esprimeva, in tutte le indagini campionarie, al nuovo cittadino: un miglioramento tangibile nell’offerta di decoro urbano e di trasporti pubblici. Il primo, stabilmente mediocre nella prima consiliatura, tende innegabilmente a peggiorare progressivamente; il secondo, paradossalmente, peggiora dall’inizio di giorno in giorno. E non basta, su entrambi, la ridda continua di sostituzioni di assessori e di manager deputati ad imprimere un corso diverso, né le promesse enfatiche che in un futuro prossimo venturo si viaggerà sugli autobus a Napoli secondo gli standard delle migliori reti urbane mondiali. Come Tokyo, tanto per intenderci.
  5. La seduzione della rete sociale. La straordinaria rete napoletana di collettivi e di iniziative dal basso ha innescato una iniziale giusta propensione del nostro sindaco a stabilire rapporti con chi, fino ad allora, era stato criminalizzato o non considerato alle forze di governo locali. I beni comuni, il debito ingiusto, la critica al salvinismo più bieco hanno costituito un’arma di seduzione verso chi lavorava inascoltato nel sociale. Peccato che la seduzione abbia partorito esclusivamente qualche inutile audit sul debito ingiusto, qualche concerto e incontri con esponenti significativi della sinistra alternativa europea.
  6. Le roboanti dichiarazioni di rottura. La costituzione di una flotta navale del comune che si occupi dei migranti lasciati affondare in mare, la volontà di intervenire con risorse pubbliche nella vicenda della crisi della Whirpool denotano, non tanto, millantato credito di azione, quanto anche inconsapevolezza dei limiti che devono guidare l’azione di un primo cittadino il quale, nella sua azione quotidiana, deve muovere dai problemi locali e non già dalla quotidiana riaffermazione di gravi problemi nazionali.

E questa mera elencazione dei peccati capitali ci porta a quel che di essi abbiamo etichettato come il minimo comune denominatore. La comprensione di avere ereditato una città che era stata governata in precedenza con forti tinte di immoralità e l’idea che medesimi poteri si muovano ancor oggi a livello regionale sembrano legittimare il nostro sindaco a qualunque azione o dichiarazione, per quanto forte, irrealistica o irrealizzabile essa sia. È fondamentale, si direbbe, apparire contro, a qualunque costo. L’amoralità sarebbe l’inevitabile antitesi dell’immoralità, in base alla quale non è importante quello che si fa, ma è necessario adire a giudizi tranchant e a promesse consapevolmente irrealizzabili.

In questa vacatio le tendenze dell’economia, ahimè, scelgono per noi e non fanno mai sconti alle politiche di mera retorica e di mancate scelte. Negli ultimi anni Napoli ha scelto progressivamente il suo ruolo, spesso esaltata quale “città dell’accoglienza-del lungomare liberato e del turismo culturale”. Una straordinaria e magniloquente rappresentazione retorica, se non fosse che essa, nei fatti, rimanda a realtà ben più prosaiche.

Non è nostra intenzione tuonare contro una decisione storica sul lungomare che partorisce solo il topolino di qualche festival di pizza e una malinconica, maltenuta pista ciclabile. L’economia napoletana, in concreto, si modella su di una vocazione turistica che solo l’agiografia può etichettare come “culturale”. Un turismo, si è detto con acume, che riempie i vicoli spandendosi dalle pizzerie, caffè e pasticcerie che oggi invadono la città, baluardi dello street food di cuoppi e di pizzette a portafoglio. Un turismo foriero di una rivoluzione delle destinazioni edilizie, di una gentrificazione alla napoletana, con una proliferazione di B&B che arrivano a riguardare anche i bassi, destinati a pittoresca imperitura memoria.

Per un forestiero tutto molto pittoresco, ma solo per un paio di giorni. Si eviti tuttavia di pensare che tale modello si risolva in un vantaggio esclusivo per la piccola e media borghesia della proprietà immobiliare: forse per cuoppi e pizzette sì, ma per gli immobili si va sviluppando un business delle piattaforme online degli affitti, quello dei grandi proprietari, molto più collegato ai paesi anglosassoni e ad AirBnb che a Partenope. Nella sostanza: la mancate scelte urbane in tema di politica turistica fa sì che tenda a divenire ipertrofico un turismo povero e effimero, più attento alla pizzeria rinomata che alla Tavola Strozzi del Museo di San Martino.
Ma non c’è da preoccuparsi: Napoli è divenuta la capitale del ribellismo antisistema.