Partiamo (apparentemente) da lontano. ”Alternanza, consultazione, grandi intese, convergenze parallele” era terminologia usata in politica sino a qualche lustro addietro, simboli di visioni da Prima Repubblica per nulla da rimpiangere. Costituivano articolazioni cui spesso seguiva immobilismo o comportamenti contraddittori, ma che erano, tuttavia, sintomatici di una complessità di decisioni nell’agenda del decisore. Oggi la politica, e quella napoletana non è da meno, si esprime per semplificazioni manichee, “io buono tu cattivo”, circostanza che rende non del tutto irrealistico quanto affermava Agatha Christie, secondo la quale “i limiti del mio linguaggio costituiscono i limiti del mio mondo”. Non che il fenomeno sia di per sé preoccupante, ma forse quelle carenze stimolano a propensione del pubblico alla mediocrità.

E mediocrità si coniuga con manca di lungimiranza, convenienza politica e ricorso alla virtù oratoria, quale dato di oscuramento della realtà. Due le sofisticherie prevalenti: sul problema la competenza non è mia, in caso di accidente; mio il merito se sto per realizzare, quando si tratta di un accidente favorevole. Ancora: mediocrità, ahimè, vuol dire anche non occuparsi o occuparsi poco dei problemi impellenti. E a Napoli, di impellenza e problemi non ci facciamo mancare niente; e su di essi quali maggioranza e opposizione fanno una bella gara di negligente disinteresse.

Se ci fosse ribattuto che alla prossima scadenza elettorale napoletana manca ancora più di un anno verrebbero confermate miopia programmatoria e insipienza nel capire che qualunque elettorale intermedio sarà occasione di valutazione dello stato del proprio territorio. E in questa ricerca di contenuti ci si consenta di evitare lo studio di quanto accade in consiglio comunale, agorà in cui la semplificazione oratoria è quasi patetica.
Se fosse possibile mettere intorno ad un tavolo i principali attori della politica napoletana di una selettiva latitudine politica, quella della vecchia e nuova sinistra, e alle quali fosse vietata ogni scappatoia retorica, si potrebbe avviare una riflessione di contenuto, magari basata sulla sommaria ricostruzione che segue della situazione socio-economica della città di Napoli.

Nel corso del decennio successivo alla crisi del 2008 il volto della città è lentamente ma inesorabilmente cambiato. La recessione ha determinato alterazioni non solo quantitative (indicatori di performance in sistematico regresso) ma ne ha anche modificato la configurazione produttiva. Dopo la crisi dell’impresa manifatturiera degli ultimi decenni, subentra la recessione dell’impresa edilizia e la concentrazione della grande distribuzione, in particolare di alcuni colossi oligopolistici. Le banche ridimensionano addetti e sportelli e tendono a privilegiare la raccolta nella parte “agiata” della città, contraendo la propria presenza in periferia. Una forma nostrana di finanziarizzazione che attraversa le metropoli occidentali e che da noi significa mirare non al finanziere ma al professionista che non investe in mattoni.
B&B e turismo del centro storico sono il nuovo modo di creazione di ricchezza, con elevata propensione all’acquisto di quanto, a basso costo, è made in Napoli; dalla pizzetta al cornetto. Due i dati in controtendenza con questi fenomeni: se il turismo ha dalle nostre parti incrementi a due cifre, Banca d’Italia stima che i visitatori di musei, monumenti e aree archeologiche statali sono aumentati del solo 3,6%. Ovvero: si viene sempre più a Napoli, ma i nuovi visitatori scelgono sempre meno i luoghi d’arte. Una forma peculiare di turismo culturale… Ancora: mentre le attività produttive tendono al nanismo, le agevolazioni selettive statali concesse a privati per attività economiche sono a Napoli decrescenti e riguardano le grandi dimensioni.

In un’ideale tavola rotonda con i partiti di sinistra (o sedicenti tali) ci verrebbe voglia di porre le domande:

  1. Concordate su questa ricostruzione delle tendenze attuali della città?
  2. Quali sono i fenomeni sui quali intervenire con le forme di governance a disposizione del Comune?
  3. Pensate che questo modello di turismo sia un dato positivo e/o ingovernabile nelle sue distorsioni? Se doveste cercare di governarlo come tendereste ad attenuare i suoi squilibri e la possibilità che il boom si risolva in una bolla effimera?
  4. Considerate la struttura cittadina dei trasporti adeguata al modello che si afferma? Quali le possibili fonti di finanziamento per un elevamento ad offerta di un paese civile?
  5. Quali coalizioni avrebbero le maggiori chances di mettere mano ai problemi?
  6. Pensate che i media stiano tralasciando o omettendo su valutazioni di contenuto che vi riguardano?

E, per carità di patria, sorvoliamo, con obbligo di documentazione per una sessione successiva, sui temi del disastro del bilancio comunale, della gestione del patrimonio immobiliare del Comune, dei derivati finanziari il cui pagamento incombe da quest’anno. Insomma sulla validità del modello che pomposamente si è autobattezzato come “neomunicipalista”.