Marco Bentivogli, Fim Cisl
in foto: Marco Bentivogli, Fim Cisl

Una giornata importante quella odierna. Questa mattina, tramite un video pubblicato sulla sua pagina Facebook, il ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli ha annunciato che Whirlpool ha deciso di interrompere le procedure di cessione di ramo d'azienda dello stabilimento di Napoli, che sorge in via Argine, periferia orientale della città. L'azienda di elettrodomestici, infatti, aveva avviato la procedura di cessione in favore di Prs, a decorrere a partire dal primo novembre. Secondo Marco Bentivogli, segretario generale della Fim-Cisl (Federazione italiana metalmeccanici), intervistato da Fanpage.it, si tratta però soltanto di una tregua temporanea, dal momento che una soluzione reale al problema dello stabilimento Whirlpool di Napoli Est non è ancora stata trovata.

Alla luce della decisione di Whirlpool di interrompere la cessazione , qual è la situazione?

A fronte della mobilitazione che c'è stata in tutto questo tempo, sia a livello nazionale che napoletano, siamo riusciti prima ad ottenere la sospensione, e adesso il ritiro della procedura di cessione. Per noi è un dato molto importante: significa innanzitutto guadagnare tempo prezioso, e soprattutto ragionare su una prospettiva di sviluppo industriale per non trovare una situazione a causa della quale partire da zero. L'azienda ha comunque palesato l'intenzione, alla fine di questo periodo di cessazione della procedura di cessione, di vendere lo stabilimento di Napoli: ma abbiamo guadagnato tempo, almeno spero, fino alla prossima primavera.

Qual è, adesso, la situazione dei 420 lavoratori dello stabilimento Whirlpool di Napoli?

La situazione è ancora molto delicata. L'azienda presenta ancora il conto del calo della produzione. Lo stabilimento di Napoli può, in linea teorica, produrre circa 900mila lavatrici all'anno ma, al massimo della sua produttività, ne ha prodotto circa 700mila; oggi ne produce invece 120mila. Qual è stata la penalizzazione per lo stabilimento di via Argine? Non c'è stata domanda dei mercati destinatari dei prodotti realizzati a Napoli. La colpa è dei limiti agli Stati Uniti derivanti dal protezionismo e dai dazi: questo dovrebbe far svegliare i sovranisti italiani, un commercio chiuso colpisce soprattutto i lavoratori. Contemporaneamente, il Sud America, mercato di grande richiesta degli elettrodomestici prodotti a Napoli, si è completamente chiuso per la crisi che stanno affrontando.

Lei ha detto che una soluzione vera non è ancora stata trovata. Quale potrebbe essere?

Questa è solo una tregua: bisogna essere sinceri con i lavoratori. La vera strada da intraprendere è una strada di vera industrializzazione, in cui ci sia un prodotto di qualità, che vende; che venga garantita una produzione innovativa che regga la competitività internazionale. Si stanno portando avanti ragionamenti interessanti con tanti soggetti, con investitori, con l'Università Federico II: avere più tempo è sicuramente una risorsa che va sfruttata. Questa tregua, però, deve dare tranquillità ai lavoratori, ma non deve dare tranquillità a chi invece deve risolvere il problema: sia le forze sindacali, sia il governo, sia le imprese devono lavorare per risolvere la situazione. Da questo punto di vista, chi continua a parlare di nazionalizzazione, cooperative fantomatiche o di produzioni di Stato, dice cose utili solo per le campagne elettorali, ma molto gravi per i lavoratori: sono binari morti, soluzioni che non hanno coerenza con la realtà dei fatti.

La produzione allo stabilimento di Napoli, in questo periodo di "tregua", riprenderà?

Questa sarà una riflessione da fare più in là. La periferia Est di Napoli è molto difficile. Se da un lato si sta cercando di favorire l'industrializzazione, dando vita a belle realtà come le academy di Apple e di Cisco, dall'altra parte la vicenda di Whirlpool rischia di diventare un esempio di arretramento. L'industria è un presidio di legalità: ogni azienda che chiude in queste zone è un regalo alla camorra che uno Stato civile non può permettersi.