Pontevico è un paesino di settemila anime nella Bassa bresciana, a mezza strada tra il suo capoluogo di provincia e Cremona. È in zona rossa a causa del Covid. Fino al ritrovamento di una discarica abusiva di scorie tossiche, un anno fa, aveva guadagnato l’onore delle cronache solo per qualche furterello, la joint venture con gli Usa di una fabbrichetta locale di snack, l’elezione del sindaco di turno. Poi il virus ha fatto strage in un istituto per donne con disturbi psichiatrici, il Bassano Cremonesini: ne sono morte ventidue, e la Procura ha aperto un’inchiesta. Pontevico è anche il paesino in cui è vissuta Francesca Linetti fino al matrimonio con Pasquale Zagaria, il capo dell’ala imprenditrice del clan dei Casalesi, e dove è tornata assieme ai figli dopo aver lasciato (pare per insanabili dissapori con le cognate) il piccolo regno, per lei claustrofobico, di Casapesenna. Non c’era più nessuno disponibile a portarle dolci e frutta fresca ogni mattina e a riconoscerle il rango di moglie di boss. Boss che a Pontevico, in piena zona rossa, trascorrerà i prossimi cinque mesi., fino al 22 settembre. Agli arresti domiciliari, concessi ieri (23 aprile) dal Tribunale di sorveglianza di Sassari, che ha disposto la sospensione dell’esecuzione della pena in virtù delle sue condizioni di salute. Malato di tumore, non poteva continuare le terapie perché in Sardegna, dove Pasquale Zagaria è detenuto al 41 bis, non poteva essere curato: gli ospedali sono tutti destinati all’emergenza Covid.

Ma non è il paradosso del trasferimento di un detenuto a causa del rischio coronavirus in un’area infestata dalla stessa malattia a interessarci. E neppure la vicenda personale di Pasquale Zagaria, fratello del capo del cartello dei Casalesi, Michele, e camorrista lui stesso. Certo, a fronte di un cumulo di pena di vent’anni complessivi, ne ha già scontati sedici. E tra un abbuono e l’altro sarebbe stato comunque tornato in libertà tra qualche mese. Piuttosto, il pasticcio burocratico che c’è dietro la pratica Zagaria, la contraddittorietà della decisione della Sorveglianza, il pilatesco ritardo dell’amministrazione penitenziaria, sollecitata sin dal 9 aprile a indicare un carcere alternativo a quelli isolani e che aveva già incassato il 20 febbraio, prima dell'emergenza, il parere favorevole della Dda di Napoli allo spostamento del detenuto in altra sede. Dap che, a cose fatte, 24 ore dopo l’ordinanza che disponeva la scarcerazione, si è decisa a segnalare due strutture forse disponibili a prendere in carico il detenuto-ammalato Zagaria. Perché questo, in sostanza, era stato richiesto dallo stesso (che, ovviamente, aveva anche fatto istanza di scarcerazione): e cioè, di potersi curare in sicurezza. E se in Sardegna non è possibile, sarebbe stato sufficiente il trasferimento in un qualunque altro carcere italiano con accesso veloce a un reparto di diagnostica oncologica, per gli “indifferibili accertamenti” sollecitati ieri alla stessa direzione della struttura penitenziaria. È di questa mattina, 24 aprile (con numero di protocollo 6489-41-20), la decisione-beffa del Dap.

In via d’urgenza, a vista, ha comunicato alla direzione del carcere “Bacchiddu” di Sassari, al Tribunale di Sorveglianza e alla Dda di Napoli di contattare “i reparti di medicina protetta degli ospedali Belcolle di Viterbo e Sandro Pertini di Roma, al fine di verificare se vi sia la disponibilità della presa in carico sanitaria del detenuto, la data in cui potrà essere inviato e con quale modalità (se in day hospital o con ospedalizzazione)”. Verifica ormai inutile ma che avrebbe potuto fare lo stesso Dap.

L’arresto di Michele Zagaria nel 2011
in foto: L’arresto di Michele Zagaria nel 2011

Pasquale Zagaria non tornerà a Casapesenna, ma ormai mancava solo lui all’appello della ritrovata libertà dell’intera famiglia del capoclan ergastolano, l’unico con fine pena nel 9999, e cioè mai. Gravemente ammalato ma libero, e non è cosa da poco per una organizzazione criminale che ha fondato sulle emergenze (ricostruzione e rifiuti) il suo potere economico e di controllo del consenso. Ma, dicevamo, il suo caso interessa solo in parte, e solo per segnalare l’ennesima scarcerazione di detenuto mafioso in tempi di Covid. Ogni caso una storia a se stante, ogni numero una frazione statistica che aiuta poco, però, a comprendere cosa sta accadendo nel circuito carcerario italiano. La polemica sulla concessione dei domiciliari a Francesco Bonura, mafioso ormai a fine pena (la data di scarcerazione è novembre di quest’anno) e gravemente ammalato di cancro, aiuta ancor meno e sposta l’attenzione sui nomi e non sulle dinamiche (ognuna differente dall’altra e non necessariamente collegate alla pandemia) che stanno minando il sistema del 41 bis e, più complessivamente, della sicurezza intramuraria. Non da questi mesi, dunque, ma da almeno due anni. Il virus le ha accelerate e rese evidenti a chiunque voglia leggerle senza schermi e senza pregiudizi.

Partiamo dai numeri: prima del Covid, le carceri italiane ospitavano 61mila detenuti, il 20 per cento in più della capienza regolamentare. Il 15 aprile, data dell’ultimo report del ministero della Giustizia, erano 55.036. Le scarcerazioni, che in realtà potrebbero essere molte di più, riguardano in prevalenza detenuti con una pena residua inferiore a sei mesi, persone avrebbero dovuto essere scarcerate a prescindere, a legislazione ordinaria vigente, ma i cui fascicoli erano fermi nei tribunali di sorveglianza, oberati di lavoro. Nell’elenco ci sono anche detenuti ristretti nel circuito AS3, l’alta sorveglianza, una sorta di 41 bis attenuato. Fino alla metà di aprile i campani erano una cinquantina, tra i quali affiliati ai Casalesi, agli Scissionisti, ai Mazzarella, al gruppo Polverino. Il monitoraggio parte dal 18 marzo, tre giorni prima della controversa circolare del Dap, inviata dal Dipartimento alle direzione delle carceri, con la quale si chiede ai responsabili delle strutture penitenziarie di segnalare ai magistrati di sorveglianza i nominativi di detenuti affetti da determinate patologie che potrebbero essere aggravate dall’infezione Covid.

Un semplice sondaggio, si è poi giustificato il Dap. In realtà, e più concretamente, il dipartimento avrebbe dovuto chiedere conto e ragione della situazione strutturale e igienico-sanitaria, e di quella individuale complessiva dei singoli detenuti molto anziani o ammalati, senza scaricare sulle direzioni carcerarie la responsabilità di valutazioni che invece toccano alla giurisdizione e che, ai fini delle decisioni sulle richieste di rimessione in libertà avrebbe dovuto avere il quadro completo: clinico e strutturale. Il risultato? L’esposizione diretta a rischi per la propria sicurezza del personale penitenziario e la più totale discrezionalità delle decisioni.

Poi i 41 bis. Attualmente sono 750, ma il trattamento “duro” può essere efficacemente garantito solo a due terzi dei detenuti. E gli altri? Alcune posizioni potrebbero essere rivedibili (per esempio, a carico di persone che non hanno o più, da moltissimi anni, rapporti con territori e ambiti di provenienza, spesso affiliati a clan che non esistono più da decenni o i cui affiliati hanno tutti collaborato con la giustizia) e invece vengono prorogate quasi in automatico. Altre, a causa del sovraffollamento, sono fittizie: nello stesso braccio, in celle attigue, scontano la pena mafiosi che hanno così la possibilità di vedersi e scambiarsi parole, sguardi, ammiccamenti. Proprio ciò che il 41 bis avrebbe dovuto impedire. Con l’emergenza sanitaria si è estesa la possibilità dei colloqui telefonici, che avvengono in video, e tramite Skype, attraverso apparecchiature fornite dal carcere e non intercettabili.

Passata la tempesta di queste settimane, come sarà possibile tornare indietro? E come evitare il ripetersi di quanto accaduto oggi a Oristano, dove un agente penitenziario è stato malmenato per aver cercato di impedire una telefonata non autorizzata?

E’ certo che l’emergenza, facendo venire alla luce crepe e disfunzioni, sta offrendo anche l’occasione per una rivisitazione più complessiva del sistema. Che, in questa fase più che in altre, sta invece mortificando i residui diritti dei detenuti per reati meno gravi, che potrebbero agevolmente sperare in un reinserimento nella società: in prevalenza poveracci a fine pena, spesso malati, il cui nome e la cui storia non merita neppure una menzione in cronaca. Sono più di diecimila.