Pasquale Apicella era l'agente scelto della Polizia di Stato, 37 anni, ucciso a Napoli mentre era in servizio, sventando un furto.

Una tragedia, questo è facile dirlo, è pure ovvio. Pasquale Apicella, conosciuto da tutti come Lino, è morto lasciando la moglie, Giuliana Ghidotti e i due figli, il bambino di 7 anni e la figlia di 3 mesi. Chiaro che sia una tragedia.

E poi cosa si fa in questi casi, dal punto di vista della cronaca? La cronaca, il giornalismo, raccontano i fatti. Parliamo con qualcuno vicino alla famiglia, cerchiamo di capire e di ricostruire, perché raccontare bene può migliorare la realtà. E questo abbiamo provato a fare nell'immediato.
Riuscire a raccontare l'emozione del funerale, commentare un video in cui le auto della polizia in cui i colleghi di Pasquale Apicella hanno deciso di rendergli omaggio nel piazzale sotto casa, anche questo abbiamo provato a fare.

E' una tragedia quando muore una persona, se poi questa persona muore durante il lavoro è una tragedia un po' più grande, perché morire durante il lavoro – anche se il tuo lavoro è sventare le rapire, inseguire i ladri, arrestare i criminali – è umanamente non tollerabile.
Dunque, cosa fare? Abbiamo lasciato che trascorresse qualche giorno, solo gli avvoltoi volano sopra le prede. E poi si è intensificato uno scambio di messaggi con Annamaria, la cognata di Pasquale Apicella, e poi ancora con sua moglia Giuliana. Quando ha detto di essere pronta io sono andato a casa sua a prendere un caffè. In realtà era la casa dei genitori di Giuliana, perché dopo tre anni di lavori casalinghi Giuliana e Lino Apicella si sarebbero dovuti trasferire a maggio in casa nuova, quella per cui Lino procrastinava l'acquisto delle scarpe per risparmiare i soldi per l'armadietto del bagno.

Pasquale non beveva il caffè e Giuliana pensava di non saperlo fare, ma io il suo caffè l'ho bevuto e l'ho trovato molto buono. Così abbiamo iniziato a parlare, anzi a "chiacchierare". Delicatamente.
Perché intervistare la moglie di un poliziotto ucciso? Per chiederle cosa, precisamente? Me lo sono domandato per non rischiare di finire come certi programmi TV, o certi giornaletti scandalistici. Per me delicatezza è questo, andare piano sulle storie.

Me lo sono chiesto come me lo chiedo tutte le volte, ogni volta che accendo la telecamera, e mi rispondo così: se c'è connessione fra le persone, se c'è comune odio per la pornografia del dolore, se c'è la voglia di raccontare, ha senso provarci. Senza negare il dolore, ma senza neanche farlo diventare il centro dell'intervista. Se ne parla, c'è, ovviamente. Fortissimo. Ma non lasciamo a lui il pallino dell'universo.
Per questo nell'intervista si piange ma si ride anche molto, perché l'obiettivo era parlare di Pasquale Apicella permettendo alla vita di insinuarsi.

A proposito di vita. Thyago, il figlio di Lino e Giuliana, entrava e usciva dalle stanze, otto o nove volte è saltato sul letto, spesso chiedeva della mamma, una volta ha chiesto del babbo.
La bambina più piccola reclamava attenzione mentre la mamma sfogliava l'album delle foto del matrimonio con Lino.

Io sono entrato a casa loro alle 15:30 e mi hanno riaccompagnato – dall'altra parte della città – alle 22:45. E' strano anche questo, dopo un'intervista, che mi riaccompagnino "loro". Forse perché ci eravamo sentiti un po' più uniti che in un'intervista normale, diciamo così, ed è successo.

Ho visto i peperoncini coltivati in terrazza dal padre di Giuliana, che ci ha raccontato le diverse provenienze, che lui aveva tutte in quell'angolo di terrazza.
Ho visto due barchette disegnate appese al frigo con le calamite, una a destra e una sinistra, una disegnata da Thyago e un'altra dal padre.

Vi racconto un aneddoto. Pasquale Apicella e Giuliana, tredici anni fa, si erano conosciuti su una chat, lo racconta lei nell'intervista video. Una delle prime chat inventate, io non la conoscevo e ho sbagliato anche a sottotitolarla nel video. Quella chat – che è QBR e non UBR come ho scritto io – era stata creata dalla stessa persona che poi ha fondato Fanpage.it. Perché certe storie va a finire che si toccano sempre, si sfiorano e si vogliono bene anche senza conoscersi.

Ascoltatela, Giuliana.