Quest'opera meravigliosa, le Sette Opere di Misericordia di Caravaggio – che non c'è amico o conoscente per la prima volta a Napoli che non decida di accompagnare ad ammirarla, solo per scorgere nei suoi occhi la stessa meraviglia che provai la prima volta – è al centro di una furiosa polemica tra chi la vuol spostare per una mostra al Museo di Capodimonte e chi non la vuol spostare per lasciarla al sicuro al Pio Monte della Misericordia, dove è stata concepita e realizzata tra il 1606 e il 1607.

Personalmente non ho un'opinione in merito, perché non sono uno di quegli scrittori che ha un'idea su tutto. Da ammiratore vorrei che la vedessero tutti, dall'altro vorrei che fosse solo mia. Peraltro la quadreria del Pio Monte della Misericordia a Napoli è, oltre la presenza di quel Caravaggio, un luogo meraviglioso da conoscere nella sua architettura e soprattutto per la sua notevole quadreria. Chi vuol conoscere l'arte e la cultura napoletana, non può non passare da lì.

Eppure – ritornando alla questione della mostra in procinto di svolgersi al Museo di Capodimonte – da cittadino mi aspetterei che accademici, esperti d'arte e giornalisti ci raccontassero la verità, che ci aiutassero a capire, cosa che leggendo i contributi di questi giorni ho la sensazione che non lo stiano facendo. Le loro parole virulente puzzano di idee preconcette, i loro reciproci attacchi sembrano solo lotte di potere e manifestazione di rancori personali. Il vecchio direttore contro il nuovo, il cattedratico tal dei tali contro l'altro cattedratico, ministri contro sindaci, soprintendenti contro esperti e via dicendo. La solita rissa all'italiana, la solita rissa alla napoletana. Per esperienza personale, col mondo del teatro prima, poi della letteratura, infine del cinema e del giornalismo, credevo di aver incontrato i mondi più asfittici esistenti. E invece la sterilità, il narcisismo e la violenza che si respirano nel mondo dell'arte e dell'Accademia li supera tutti in gran scioltezza.

Questo è oggi lo stato dell'arte in Italia, del dibattito accademico, del dialogo civile. Purtroppo succede laddove è necessario trasformare il civile confronto in lotta tra bande. Mi sono convinto che a Napoli il dialogo è impossibile, perché il dialogo presuppone confronto, ma il confronto è impossibile senza una borghesia tenace, che compete per primeggiare. In presenza di notabilato, l'unica possibilità è la guerra per bande, perché non c'è merito da riconoscere ma solo forza.