Il processo sulla cosiddetta "cella zero" del carcere di Poggioreale non è mai iniziato. Dalle denunce di violenze nel carcere di Poggioreale, che Fanpage documentò nel 2014, a oggi, nulla è cambiato. Di rinvio in rinvio, si è arrivati alla fissazione di una prossima udienza presso il Tribunale di Napoli al 22 novembre prossimo. Ma di fatto, il procedimento non è mai entrato nel vivo. Il timore delle associazioni e degli ex detenuti che hanno denunciato è che non si arriverà mai alla verità, a causa della prescrizione che inizia a essere un pericolo piuttosto concreto.

La storia. Nel 2014, in un servizio di Fanpage, parla uno degli ex detenuti che, nel tempo, avevano denunciato percosse e lesioni da parte degli agenti di polizia penitenziaria. L'esistenza o meno della famigerata "cella zero", una cella vuota e non numerata nella quale sarebbero avvenuti i pestaggi nel corso degli anni, era una questione già nota da tempo: da diversi anni Pietro Ioia, un ex detenuto che ha fondato poi l'associazione "Ex don" dedicata proprio agli ex detenuti, denunciava di aver subito percosse, durante la lunga detenzione. I fatti, però, risalivano agli anni Ottanta e Novanta e configuravano ipotesi di reato non più perseguibili dal punto di vista giudiziario. Alla sua denuncia pubblica, supportata anche dall'associazione "Il carcere possibile" che oggi si è costituita parte civile, seguirono timidi tentativi da parte di altri detenuti: qualche lettera, ma nulla di più. Poi, nel 2014, qualcosa squarcia il velo: una persona prende carta e penna e decide di denunciare alle autorità competenti.  "Erano le dieci e mezza di sera – confessa nel 2014 ai nostri microfoni, in un crudo racconto –  All'improvviso, senza motivo sono stato portato giù nella cella zero: le guardie mi hanno fatto spogliare nudo, mi hanno picchiato, mi hanno umiliato". A seguito di queste percosse, oltre alle ecchimosi avrebbe riportato danni a un timpano e problemi psicologici. Dopo aver raccolto questa denuncia, scoprimmo che ad Adriana Tocco, allora garante dei detenuti della Regione Campania, erano arrivate numerose segnalazioni. Più di 40. Dopo il servizio, la Procura di Napoli aprì un fascicolo sulla inquietante vicenda. Gli esposti si moltiplicarono, arrivando a 150.  All'epoca delle denunce, il direttore del carcere era Teresa Abate. Lo scandalo si intrecciò con la condanna della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo a causa del sovraffollamento e delle condizioni disumane nelle quali vivevano i reclusi. La direttrice andò via, al suo posto arrivò Antonio Fullone. In tre anni, la situazione nella casa circondariale partenopea era migliorata: meno sovraffollamento, non erano arrivate altre denunce di violenza sui detenuti. Dopo la direzione di Antonio Fullone, da qualche mese si è insediato un nuovo direttore, Maria Luisa Palma; il carcere, però, è alle prese con una nuova spinosa vicenda: un detenuto, finito in coma e poi risvegliatosi, ha denunciato a Fanpage di aver subito violente percosse e ha denunciato alla Procura di Napoli.

L'inchiesta. L'indagine sulla cella zero, delicatissima, condotta dai procuratori aggiunti Valentina Rametta e Giuseppina Loreto e coordinata da Alfonso D'Avino, è durata più di tre anni ed è approdata alla conclusione a Giugno 2017. Vengono indagate 22 persone, agenti e medici; la richiesta di rinvio a giudizio è per 12, tutti agenti di polizia penitenziaria del carcere di Poggioreale. Fondamentali le testimonianze e le denunce di molti detenuti. Un'indagine condotta in maniera scrupolosa, visto il tema delicato che coinvolgeva una istituzione, che si era basata su numerosi riscontri e che aveva analizzato in maniera approfondita tutte le testimonianze.I racconti passati al setaccio dalla Procura erano allarmanti: c'è chi è stato colpito con la chiave della cella alla testa, c'è chi è stato selvaggiamente picchiato con schiaffi e pugni e sbattuto contro la porta blindata, c'è chi ha riportato danni all'orecchio. Qualcuno ha denunciato di essere stato letteralmente sequestrato.

Il processo mai iniziato. Il 16 Novembre 2017 è cominciato – almeno sulla carta –  il processo per i 12 agenti imputati. In alcune circostanze i detenuti sarebbero stati letteralmente sequestrati e picchiati e si fa menzione esplicitamente e ripetutamente della "cella zero": secondo i magistrati un posto deputato ai pestaggi, dunque, esisteva. E tra le denunce, c'è chi aveva raccontato di essere stato picchiato con ripetuti colpi in testa con la chiave della cella, chi sbattuto a suon di schiaffi e pugni contro la porta blindata della cella. Chi aveva riportato la lesione di un timpano. Chi, ancora, tratteggiava uno scenario horror: approfittando di una crisi epilettica, quattro degli imputati avrebbero insultato il detenuto, gli avrebbero afferrato con forza la testa sbattendola su un tavolino all'interno della cella, lo avrebbero schiaffeggiato, preso a calci, strattonato e lo avrebbero legato mani e piedi. Ma di rinvio in rinvio, si arriverà a Novembre prossimo senza che il processo sia entrato nel vivo. "Siamo amareggiati – commenta Pietro Ioia, che per primo e per anni denunciò percosse e maltrattamenti – La giustizia dovrebbe essere uguale per tutti e dovremmo essere tutti uguali davanti alla legge, io voglio continuare ad avere fiducia ma così mi è difficile. Non esistono vittime di serie A e vittime di serie B. Così ci sentiamo beffati". Intanto, Ioia porta avanti un'opera di sensibilizzazione, con un libro e uno spettacolo teatrale (il 10 un'altra data a Napoli, presso il cinema Astra). Sperando che la verità arrivi prima della prescrizione.