“Almeno si ammazzano tra di loro”. È una frase ricorrente che si sente dopo un agguato di camorra, una strage, un ferimento. Finché si ammazzano tra di loro fanno pulizia sociale, si eliminano gli uni con gli altri, indica il concetto nella sua darwiniana brutalità. Eppure arriva il giorno in cui le pallottole sfiorano le nostre porte blindate, gli spari li sentiamo vicino, il sangue – metaforicamente – arriva sul nostro zerbino. Inorridiamo, ci stupiamo, gridiamo aiuto. Perché quella realtà parallela, che ad alcuni sembra quasi una fiction, è reale. E ci minaccia, minaccia la vita dei nostri figli. È quello che è successo ieri dopo la morte di Pasquale Ceraso, 67 anni, pluripregiudicato con precedenti per spaccio di droga, uomo prima dei Misso -Tolomelli poi degli Esposito.  È morto ieri freddato da diversi colpi di pistola in un vicolo del rione Sanità, a pochi passi dal Museo Archeologico. Per la sua morte, documentata dalle foto e dalla cronaca dei fatti, si sono sprecati articoloni sulla recrudescenza criminale nel centro storico. La recrudescenza. Una parola cara a quella cronaca che distilla con tecnicismi e neologismi i fenomeni sociali. Eppure Ceraso non è l’unica, non è l’ultima vittima, ma uno dei migliaia di morti (tra cui centinaia di innocenti) che fa ogni anno la lotta tra cartelli camorristici. Il sangue, però, è arrivato sullo zerbino.

Ceraso è morto nel centro storico alle otto di mattina e se non fosse inizio settembre potremmo dire che è morto nell’ora in cui i nostri bambini attraversano per andare a scuola. Si è scatenata subito dopo una reazione intrisa di esasperato buonismo, perché se fosse successo – come molto spesso è stato – nelle cosiddette periferie “difficili” avremo sospirato riflettendo sulle politiche sociali inadeguate, il degrado, la criminalità. Ma quella criminalità che sentiamo tanto lontana è più che vicina, ci alita sul collo. Nel centro storico c’è una densità criminale altissima. Consideriamo la sola zona che attiene, per giurisdizione, libertà di manovra e traffici, i clan interessati dall’omicidio di ieri. Facendo due rapidi conti tra Forcella e la Maddalena, vale a dire in un fazzoletto di case, si fronteggiano, schierati in cartelli, i Sibillo, i Giuliano, i Mazzarella, gli Amirante i Brunetti, i Ferraiuolo- Stolder i del Prete. Parliamo della zona di Spaccanapoli, alle spalle dei Tribunali, dove ci sono le storiche pizzerie, i monumenti, dove passeggiano i turisti. Sempre in questa zona boss sempre più giovani muoiono in una guerra motivata da interessi economici che si combatte con eliminazioni e ferimenti reciproci, senza una struttura, senza una strategia. Debilitati da piogge di arresti i clan restano in piedi, sono ancora più affamati e uccidono, uccidono brutalmente senza neanche troppa precisione, come fanno le bande. Il gattopardo delle famiglie è caduto, è marcito nella polvere di una nuova economia e quello che resta, è solo il rumore dei kalashnikov nelle mani di ragazzini che non hanno ancora la barba. Qualcuno, come il giovane Manuel Giuliano, addirittura si consegna alla giustizia di sua volontà.

Ricostruiamo i fatti: il 21 gennaio muore il giovane Ciro Esposito. No, non il tifoso azzurro ucciso allo stadio nel 2013, ma l’omonimo appartenente alla famiglia criminale del rione Sanità. In questa morte alcuni vedono la ripresa della faida. Le acque rimangono calme fino alla maxi operazione della DDA del 3 marzo: oltre cinquanta arresti tra gli uomini dei Mazzarella, dei Ferraiuolo- Stolder e dei Sibillo. Il 17 aprile finisce in carcere per falsa testimonianza nel processo per la morte di Annalisa Durante, Antonio Giuliano, reggente dello storico clan che porta il suo nome. Il 29 giugno si torna a sparare. Tre ragazzi vengono feriti a colpi di pistola in via Oronzo Costa. Il 2 luglio, nella stessa strada muore ucciso da un gruppo di fuoco, Emanuele Sibillo, dell’omonimo clan. Vent’anni. Passano 8 giorni e in via Gasperini viene trucidato un altro Emanuele, il suo cognome è Esposito. Ventisette anni. Li chiamano baby boss. sono i figli di terza generazione dei padrini. La guerra, secondo quanto accertato dalle indagini, si consuma per il controllo dello spaccio di droga e delle estorsioni ai danni degli ambulanti del mercatino della Maddalena. E mentre il centro di Napoli si sporca di sangue giovane, nelle strade della zona collinare, al Vomero, si fanno esplodere bombe davanti ai negozi dopo l’arresto di Luigi Cimmino, capoclan della famiglia omonima, portato via lo scorso luglio tra gli applausi dei parenti. Al Vomero si applaude il re; "giunnapoli", invece, ci si chiude in casa a doppia mandata per la paura. Paura di vedere qualcosa con i propri occhi. Accendere la tv e sentire parlare della “recrudescenza” non fa paura. Finché si ammazzano tra di loro.