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Dal sistema verticistico a quello orizzontale, dal modello mafioso a quello delle bande sudamericane: la malavita organizzata napoletana si sta evolvendo distaccandosi nettamente dalle tipologie che l’avevano contraddistinta, assumendo sempre più l’aspetto di gruppi gangsteristici, feroci e spregiudicati ma privi di una sovrastruttura comune. E’ quello che emerge dalla Relazione semestrale della Direzione Investigativa Antimafia, relativa ai primi 6 mesi del 2018.

I nuovi boss, poco più che adolescenti, fanno sempre più spesso ricorso ad azioni violente per guadagnare spazio sul territorio. Il fenomeno è più evidente a Napoli, dove c’è stata la “scomparsa dei capi carismatici” dei vecchi clan, mentre nella provincia e nel Casertano “permangono le storiche consorterie camorristiche, ben insediate nel tessuto sociale e radicate sul territorio”. A Napoli è evidente la frammentazione del vecchio sistema camorra, che già, a differenza di quello mafioso, si componeva di diverse famiglie senza una “guida” unica. I nuovi gruppi, però, sembrano ispirarsi alle bande siciliane per il modus operandi, sono “più simili a bande gangsteristiche”. Particolare di rilievo, l’utilizzo dei social network: invece di affidarsi ai pizzini, i baby camorristi sono più tecnologici, preferiscono i social network, dove sono molto attivi anche se spesso con profili con nomi falsi. E’ un sistema che consente loro di raggiungere comodamente tutti gli affiliati e, parallelamente, rende più difficili l'intercettazione dei messaggi.

La Dia parla di un uso “spregiudicato della violenza”, che si traduce nelle “stese” e nei colpi d’arma da fuoco contro attività commerciali e abitazioni. Le aree più a rischio sono quelle dove di recente si sono verificati contrasti tra i gruppi criminali: i Quartieri Spagnoli, con gli scontri tra l’asse Ricci-Esposito-Saltalamacchia e i vecchi clan, tra cui i Mariano; Forcella, il Vasto, piazza Mercato e le Case Nuove, dove si fronteggiano i Rinaldi, alleati dei Sibillo, e i Mazzarella; la Sanità, dove la microcriminalità è in fermento dopo gli scossoni dovuti ad agguati ed arresti; San Giovanni a Teduccio e Ponticelli, dove, di nuovo, a contrapporsi sono i Rinaldi e i Mazzarella. “In queste zone ad elevato tasso di disgregazione del tessuto sociale”, scrive la Dia, la forza dei clan sta “nella capacità di reclutamento dei nuovi affiliati”, pescando dalla microcriminalità, e “nella disponibilità di armi”.

Lontano dalla città, dove ancora persistono le vecchie organizzazioni criminali, i clan hanno assunto un atteggiamento di basso profilo. “Una modalità di mimetizzazione e di compartimentazione” che, in special modo nel Vesuviano, nel Nolano e nel Casertano, permette di tenere botta dopo i numerosi arresti, “come riscontrato per i Casalesi e per il clan Polverino di Marano di Napoli”. La strategia consente di fornire appoggio logistico per gli elementi di vertice durante la latitanza anche molto lontano dai territori di origine “fino al Viterbese, alla provincia di Roma e anche in Spagna”.

La Dia parla anche delle baby gang, “espressione di una vera e propria deriva socio-criminale”, responsabili di “episodi di bullismo metropolitano e atti vandalici”. Il fenomeno, si legge nella relazione, appare radicato soprattutto nelle periferie Nord e Est, ma anche a Bagnoli e si spinge fino “alle zone più centrali della città”.  Spesso i componenti delle baby gang sono “ragazzi a rischio devianza per problematiche familiari” o cresciuti “in contesti che non offrono momenti di aggregazione sociale”, fattori che possono facilitare l’ingresso tra le fila della malavita. I minori, sottolinea la Dia, possono infatti essere un “esercito di riserva per la criminalità”, che viene impiegato anche per il narcotraffico dove, come scoperto in numerose operazioni, anche i bambini vengono usati per il confezionamento e lo spaccio di droga.