«Il re non può far male» recita un antico brocardo inglese. In Italia chi non può «far male» è il Presidente della Repubblica che nella Costituzione è indicato come «irresponsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni». A Napoli, che è un po' regno e un po' repubblica autonoma, l'irresponsabile è Luigi De Magistris, per brevità (e per eufemismo) chiamato sindaco.

Il sindaco di Napoli, ultima fra le tante, non si sente responsabile per il disastro dei trasporti che se tutto va male porterà l'Anm, Azienda napoletana mobilità al fallimento entro il 2018. E se tutto va male ma non malissimo porterà la stessa azienda di trasporti a non garantire – caso unico da quando c'è l'elezione diretta del primo cittadino in Italia – i collegamenti nella notte di Capodanno, quella della festa in piazza Plebiscito e dei fuochi a mare.
In una scissione di personalità che meriterebbe disamina non solo giornalistica, il primo cittadino della terza città d'Italia afferma: «Spero che all'ultimo minuto ci sia il necessario numero di lavoratori per poter prolungare il servizio di trasporto pubblico la notte del 31 dicembre». Una città condannata al caos, alla mmesca francesca , alla confusione di ruoli e responsabilità. Il Comune è totale azionista di Anm e ne nomina i vertici: da chi deve poter dipendere il futuro dell'azienda dei trasporti se non da una efficace azione amministrativa?

«Abbiamo sofferto in questi anni il fatto che non siamo ancora forze che interagiscono a livello regionale, a livello nazionale, quindi noi vogliamo rafforzare questa esperienza e certe scadenze non possono vederci neutrali, non possiamo solo andare a votare» dice ancora De Magistris che si frega le mani guardando a marzo, ovvero alla competizione elettorale che è l'ambiente in cui si trova più a suo agio.

Il capo del regno autonomo di Napoli infatti sguizza come un pesce nel brodo delle tensioni tra schieramenti, della corsa a chi la spara più grossa, dei comizi e dei professionisti della promessa senza controllo. «Dopo aver amministrato questa città è giusto che l'esperienza autonoma, forte, che si connette sempre più con movimenti, associazioni, comitati e parte della politica tradizionale, dica la sua e proponga una candidatura per guidare la Regione» dichiara ancora scagliandosi contro l'altro re, quello del feudo di Campania, quel Vincenzo De Luca come lui sempre più arroccato nel suo palazzo.

Cosa sarà? Cosa sarà di questi anni Dieci passati a incassar promesse e ottenere comizi, consumati tra il «faremo» e il «non ci hanno fatto fare» affrontati confondendo l'autonomia con la solitudine di una città non abbandonata a sprofondare ma semplicemente lasciata alla deriva, onda dopo onda. Una cosa è chiara: fra i tormenti del Partito Democratico, decaduto dal diritto di dire la sua sulla città e l'ectoplasma Movimento Cinque Stelle che in Consiglio comunale è stato meno incisivo dell'inquilino dell'ultimo piano in una qualsiasi assemblea di condominio c'è ben poco da sperare.