Via Toledo, Napoli (foto Christopher Furlong/Getty Images)
in foto: Via Toledo, Napoli (foto Christopher Furlong/Getty Images)

Il contenitore si chiama “L’isola che non c’è”, il protocollo con il Dipartimento della giustizia minorile è anch’esso un sogno e una speranza. Ancora un omaggio a Peter Pan, ed ecco che l’insieme di norme che regolano i rapporti tra ministero, privato sociale e ragazzini difficili dell’area penale va sotto il nome di “Wendy torna a casa”. Perché l’obiettivo del progetto, varato nel 2008 dalla Regione Puglia e poi adottato in tutta Italia, è appunto quello di restituire alla casa, possibilmente alla sua casa, il minore che ha violato il codice penale. Restituendogli, se le ha mai avute, regole e aspettative che non siano più quelle offerte da famiglie disastrate e contesti sociali criminogeni. Regole, appunto. E accoglienza. E percorsi di studio e di formazione professionale.

Un progetto all’avanguardia che rischia di franare miseramente perché troppe, e troppo gravi, sono le deviazioni dal sistema. Tali da inficiare il lavoro degli operatori e lo spirito della legge. In un’area – le province di Napoli e Caserta – in cui la criminalità minorile, anche di stampo mafioso, ha raggiunto livelli di guardia – ecco che la detenzione attenuata in comunità diventa, soprattutto per i ragazzi accusati di reati gravissimi e provenienti da famiglie di camorra, un’area di sosta temporanea in cui loro stessi diventano, o possono diventare, piccoli maestri del crimine.

Checco ’o nano, in un frame di un video
in foto: Checco ’o nano, in un frame di un video

L’ultimo caso è quello di Kekko “il nano”, il ragazzino di 15 anni che il 18 dicembre accoltellò un coetaneo, Arturo, in via Foria a Napoli. Arrestato pochi giorni dopo, è stato in carcere fino al 24 aprile. Poi, la buona condotta gli aveva aperto le porte della comunità. E lì, a Caserta, due mesi dopo, si è fatto immortalare in un filmato, fatto girare su Instagram, mentre commenta ridendo la condanna a dieci anni di carcere. Il suo compagno di stanza era autorizzato al possesso del telefonino, lui no: “Wendy” lo vieta espressamente. È un divieto aggirato pure nelle carceri minorili e che in poche comunità viene fatto rispettare. E non tanto (o non solo) per la cattiva volontà degli operatori; piuttosto, a causa delle pretese dei familiari assecondate, in qualche caso, anche dagli assistenti sociali. E allora guai a rispettare il protocollo. Alle ritorsioni di mamme e padri, spesso molto violente, potrebbe aggiungersi anche altro. Per esempio, la sospensione della convenzione con il Centro per la giustizia minorile. Per esempio, un procedimento penale. Per esempio, l’ostracismo.

Il sabotaggio del progetto Wendy

È già successo in almeno un caso, denunciato alcuni giorni fa dall’avvocato Carlo De Stavola, difensore dei responsabili della coop Oltre che gestisce, in provincia di Benevento, a Telese, a comunità Altrove. Un’odissea ripercorsa nell’esposto, inviato al direttore direttore del Centro per la giustizia minorile di Napoli, Maria Gemmabella; e al Dipartimento, a Roma. Una storia esemplare di come il progetto Wendy venga sabotato scientificamente, a comando.

I fatti: ai responsabili di cooperativa e comunità, Roberto Giuliano e Patrizia Tubiello, il 4 luglio dello scorso anno viene sospesa la convenzione con il Centro per la giustizia minorile di Napoli. Senza alcuna spiegazione. Due mesi dopo, avviso di garanzia per abuso di mezzi di correzione. Dopo altri sei medi, l’archiviazione del procedimento “per impossibilità di sostenere l’accusa in giudizio” non essendo stato ravvisato neppure il sospetto di una qualunque violazione di legge. A oggi, senza alcuna spiegazione, la convenzione risulta ancora sospesa.

L’antefatto: a maggio dello scorso anno viene affidato alla comunità Altrove un ragazzo di 17 anni, accusato di rapina aggravata con recidiva. Chiuso, ombroso, recalcitrante ma, viene assicurato agli operatori della comunità, proveniente da un discreto ambiente familiare. Non ha nessuna intenzione di rispettare il regolamento, chiede aiuto al padre e all’assistente sociale che lo ha in carico, pretende telefonino in camera e wifi libero. Non viene accontentato e scappa. Scappa contemporaneamente al suo compagno di scorribande armate, che è alloggiato in un’altra comunità. Gli operatori di Altrove segnalano l’evasione, annotano l’allontanamento anche dell’altro ragazzo e vengono subito richiamati all’ordine: non avrebbero dovuto per non mettere a rischio il beneficio concesso ai due ragazzi. Va avanti ancora per qualche settimana poi, improvvisamente, alla fine di giugno viene trasferito in un’altra comunità. Qualche giorno dopo, il 4 luglio, la sospensione della convenzione.

Da documenti in possesso di Fanpage.it risulta che la decisione è stata presa dopo un esposto dei genitori del ragazzo inviato all’assistente sociale e da questa al Centro per la giustizia minorile. Dunque, senza alcuna verifica effettiva sulla veridicità dei fatti oggetto delle lamentele. Verifica che, quando è stata fatta dal magistrato, ha invece escluso violazioni di sorta. Ma il punto è un altro. È falso che il ragazzo provenga da un contesto sociale normale. È il nipote, infatti, di Salvatore Dragonetti, ucciso tre mesi dopo – il 6 settembre – a Borgo Sant’Antonio Abate assieme al cognato. La famiglia Dragonetti è storicamente famiglia di camorra. Imparentata con i Giuliano di Forcella, è organica al clan Mazzarella. Nessuno se n’era accorto? Nessuno ha segnalato la parentela? Oppure l’appartenenza mafiosa doveva garantire ai più giovani quelle guarentigie carcerarie che il 41 bis ha cancellato definitivamente per gli adulti? Quale che sia la ragione di tanta generosità, il risultato è allarmante: il ragazzo ha lasciato la comunità “troppo severa” trovando accoglienza in un’altra, più tollerante. Insomma, a leggere la denuncia dell’avvocato De Stavola, la camorra ha avuto partita vinta.

Chi decide il destino dei ragazzi nei guai?

Ma l’esposto pone un’altra questione. Chi decide dove collocare i ragazzi dell’area penale? Il protocollo Wendy parla chiaro: il Centro per la giustizia minorile d’intesa con gli assistenti sociali. Ma a monte ce n’è un’altra: com’è possibile che nel comparto della giustizia penale siano accreditate comunità che hanno sostanzialmente passato il solo vaglio degli ambiti socio-assistenziali, senza neppure una verifica attenta dei requisiti antimafia? Anche perché l’accreditamento è considerato una sorta di bollino blu di qualità, un lasciapassare per altre attività. E quelle stesse comunità gestiscono anche l’accoglienza dei minori non accompagnati. Un affare nell’affare, anche per mafia e camorra. Come aveva anticipato l'inchiesta Bloody Money.

(1 – continua)