Sergio Marchionne in una visita allo stabilimento Vico di Pomigliano d’Arco
in foto: Sergio Marchionne in una visita allo stabilimento Vico di Pomigliano d’Arco

Sergio Marchionne è morto e sui social newtork si rimasticano, amplificano e polarizzano le notizie sulla salute e i commenti su vita e opere dell'ormai ex manager italo-canadese che creò la Fca dalla Fiat e guidò alla rinascita la Ferrari. Le condizioni di salute dell'uomo, ricoverato in Svizzera, erano da giorni definite «irreversibili». Un sarcoma al polmone e poi una embolia nel corso di un intervento chirurgico: sono queste le notizie sulla patologia rimbalzate sui giornali online e da lì i commenti sono andati come al solito da un estremo all'altro, senza soluzione di continuità.

Su Pomigliano D'Arco, cittadina che si affaccia a Nord di Napoli, in quell'area che un tempo fu agricola perché piana e baciata dal sole, però, occorre soffermarsi. Pomigliano negli anni di Marchionne non ospitò solo una delle storiche fabbriche del gruppo che appartenne alla famiglia Agnelli di Torino. Lo stabilimento Fca "Giambattista Vico" già Fiat e prima ancora Alfasud rappresentò il punto apicale dello scontro tra il ‘manager col maglioncino' e il resto del mondo che avrebbe voluto altro. Impossibile sintetizzare una storia aziendale fatta di decine di modelli prodotti – dall'Alfasud del 72 alla nuova Panda Fiat del 2011 – di lotte con il movimento sindacale più oltranzista d'Italia, quello dello Slai Cobas ("a sinistra della Fiom" lo definisce ancora qualcuno), di ristrutturazioni aut-aut sul genere "o questo o niente", di scioperi, di immensi dolori. Dolori, sì: a Pomigliano ci furono 3 suicidi di operai e altri tentati, 316 lavoratori spostati al reparto logistico di Nola, quello rimasto per 8 anni senza alcun progetto produttivo, una sorta di deserto.

Fu a Pomigliano che nel 2014 andò in scena il funerale di Sergio Marchionne da vivo. Lo misero in scena provocatoriamente tre operai licenziati, con tanto di testamento, intitolato «Lascito prima del mio ultimo respiro», l’ad raffigurato come un fantoccio suicida per impiccagione chiedeva la riassunzione in fabbrica  dei 316: «Chiedo – come atto di clemenza la riassunzione di tutti i 316 deportati a Nola nello stabilimento di Pomigliano D'Arco. Chiedo – perdono per le morti che ho provocato, chiedo scusa a tutti». Il gesto costò il posto ai tre lavoratori, poi riassunti con sentenza in Appello e definitivamente licenziati con sentenza in Corte di Cassazione per aver «valicato la normale dialettica sindacale».

In queste ore molti operai stanno dicendo la loro, sia sui social sia davanti ai cancelli del Vico. «Lavoro in Fca – dice uno di loro -. Lui come classe operaia non ci ha fatto bene, ma il suo compito l'ha portato avanti fin troppo bene. Speriamo che in Fca che il suo successore abbia più a cuore le esigenze degli “ultimi”». Di diverso avviso l'opinione di Mimmo Mignano, il battagliero ex operaio licenziato proprio per la vicenda del fantoccio impiccato: «Non piangeremo i loro morti perché loro non piangono i nostri – scrive su Facebook -. Gli dedichiamo la Livella di Totò».