C'è una scena, in Gomorra 4, in cui i protagonisti portano di nascosto in ospedale un uomo che è stato ferito per farlo operare, passando da un ingresso secondario. Un concetto che è spesso presente nei romanzi e nei film che parlano di criminalità organizzata: camici bianchi che, per complicità o per paura, si mettono al servizio del malavitoso di turno per estrarre pallottole con operazioni che non finiranno mai nei registri. Ed è quello che sarebbe successo, ma qui torniamo nella realtà, anche al San Giovanni Bosco di Napoli. L'ospedale che, secondo le indagini della Procura di Napoli, era diventato la sede sociale del clan Contini, il potentissimo boss dell'Alleanza di Secondigliano.

Ne parla uno dei pentiti, che in quell'ospedale aveva lavorato, così come altri affiliati, proprio grazie ai tentacoli della camorra. Da qui arrivavano anche i soprannomi: erano detti "l'infermiere" sia Paolo Di Mauro, sia l'attuale capo, Salvatore Botta, sia un altro affiliato ancora, questi ultimi due entrambi assunto al San Giovanni Bosco come ausiliari. "Sono stato assunto a 15 anni e un giorno – dice durante un interrogatorio – sono stato l'unico in Italia ad avere questo beneficio, previsto dalla legge a suo tempo. Per me, come per altri, la mansione non era fare le pulizie, ma avere un formale legame con l'ospedale".

San Giovanni Bosco ‘a disposizione dei clan'

E dalle parole del pentito si capisce anche il clima di terrore che il clan aveva instaurato: "i direttori sanitari sono sempre stati a disposizione del clan – dice – anche perché altrimenti rischiavano". Il controllo era anche sulle ore di straordinario da assegnare ai dipendenti delle ditte di pulizia, con tanto di talpa tra il personale medico che avvisava chi, nella direzione sanitaria, non seguiva le indicazioni.

Ma, continua a spiegare il pentito, all'occorrenza l'ospedale diventava anche una clinica privata. "Ci sono medici – dice – che hanno prestato la propria opera per feriti da arma da fuoco del clan che non dovevano passare in ospedale". Per evitare, insomma, quelle domande scomode delle forze dell'ordine, che avrebbero chiesto chi, quando e perché. E per non rispondere, come spesso accade, che è stata l'ennesima rapina da parte di uno sconosciuto. Poi c'è tutta la sfilza di finti ricoveri, di certificati falsi, ottenuti senza problemi perché "l'ufficio amministrativo e i medici erano a disposizione del clan".

Le dichiarazioni del collaboratore di giustizia hanno trovato riscontri nelle intercettazioni da cui si evince che diversi membri del clan, o persone a loro vicine, avevano accesso a visite ed esami senza attendere la fila, ma semplicemente dietro la "raccomandazione" o presentandosi come "parenti di". E, in un caso, c'è stato il do ut des: un medico, minacciato da due persone che volevano picchiarlo in ospedale, aveva chiamato un affiliato al clan che era intervenuto insieme allo zio per difenderlo e fare da "pacificatore".