Resistete alla tentazione di indignarvi e di gridare allo scandalo. Sostituite il cognome “Zagaria” con un altro a vostro piacere, Esposito o Rossi o quello che più vi aggrada. Prendetevi qualche minuto di tempo per controllare su
internet cosa prevede la legge, proprio la legge e non la prassi, sugli standard minimi delle condizioni di detenzione. E scoprirete, così, che c’è poco da ironizzare, che non c’è nessun giudice “buonista” (ma che vorrà mai dire?),
che lo sconto di pena di 210 giorni riconosciuto dal giudice di sorveglianza di Cuneo a Pasquale Zagaria, fratello di capoclan e camorrista lui stesso, non è altro che il corrispettivo per la violazione della legge da parte dello Stato
italiano. E che il trattamento “inumano e degradante” a cui è stato sottoposto lui, assieme ad altre migliaia di detenuti, è stato sanzionato nel 2013 dalla Corte europea per i diritto dell’uomo. Inumano e degradante è stato
considerato, infatti, dividere celle sovraffollate con tre, quattro o anche più persone; non avere acqua calda o riscaldamento, non avere luce naturale o servizi igienici almeno passabili. E insopportabile, inoltre, vivere, mangiare,
dormire in tre metri quadri a testa, un loculo occupato anche da armadietti e tavolini.

Pasquale Zagaria, attualmente detenuto a Sassari, è stato arrestato a giugno del 2007. In carcere ininterrottamente da allora, dopo aver girato gli istituti penitenziari di mezza Italia, dovrebbe tornare in libertà a giugno del 2026 (fonte Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria). Data da cui vanno detratti i sette mesi di sconto, oltre a ulteriori riduzioni di pena su cui i giudici di sorveglianza non si sono ancora espressi. Potrebbe essere scarcerato molto prima del previsto. E nulla risolvono le invettive sul web che hanno accompagnato la notizia dello sconto, applicato a tutti i detenuti quale che sia l’accusa, la provenienza geografica, il cognome. Non è il ”caso Zagaria” il problema vero, piuttosto le condizioni socio-economiche e criminali della provincia di Caserta, dove prima o poi tornerà, sostanzialmente immutate nonostante l’attività repressiva degli ultimi vent’anni.

La storia, però, offre lo spunto per ripercorrere le ragioni che avevano portato nel 2014 a riconoscere i giorni di premio a quanti sono stati detenuti in condizioni illegali. Dunque, la sentenza Torreggiani dell’8 gennaio 2013, quando la Cedu accolse all’unanimità il ricorso di sette detenuti (capofila Mino Torreggiani, rapinatore in carcere dal 1993) che stavano espiando la pena in condizioni che la Corte ha ritenuto, appunto, degradanti e disumane. Lo Stato italiano fu condannato a risarcirli con oltre diecimila euro a testa. Sentenza che imponeva una prescrizione tassativa: rimuovere al più presto le condizioni che avevano determinato la condanna. Nel giro di pochi mesi arrivarono richieste da migliaia di detenuti, con un costo stimato di oltre cento milioni di euro di risarcimento. In sede legislativa fu deciso di convertire la riparazione pecuniaria in sconto di pena: un giorno per ogni dieci di pregiudizio subito; 8 euro per ciascuna giornata nel caso di scarcerazione già avvenuta.

Accanto, una serie di norme strutturali necessarie a ridurre il sovraffollamento degli istituti di pena. Nel giro di pochi mesi si arrivò alla normalizzazione ma oggi la situazione è tornata quasi agli stessi livelli del 2013. A fronte di una capienza di 50.550 posti (fonte ministero della Giustizia), al 31 gennaio del 2019 i detenuti erano 60.125. Drammatiche le condizioni delle carceri pugliesi, in alcune delle quali i detenuti sono il doppio del previsto. Non sta meglio la Campania: 2351 detenuti a Poggioreale (1635 posti), 1456 a Secondigliano (1020), 1029 a Santa Maria Capua Vetere (819), 169 a Pozzuoli (109), 401 a Benevento (261). Lo spazio pro-capite disponibile, dunque, si riduce sensibilmente. I servizi, soprattutto nelle strutture più vecchie, sono carenti.

Nella relazione annuale dell’associazione “Antigone”, che da vent’anni ha propri osservatori in 86 istituti penitenziari, sono state sottolineate anche le conseguenze di tale situazione. Primo tra tutti l’aumento dei suicidi, il cui numero è tornato ai livelli del 2011. Nel 2018 sono stati 63, di cui 4 a Poggioreale: “Ogni 900 detenuti presenti – è scritto nel rapporto dell’associazione – uno ha deciso di togliersi la vita, venti volte di più che nella vita libera”. L’elaborazione dei dati raccolti durante l’attività di osservazione non è ancora conclusa. Ma nel 20 per cento di quelli già esaminati si è tornati ai livelli di vivibilità uguali a quelli che hanno determinato la condanna Cedu. Cioè, ci sono celle in cui i detenuti hanno a disposizione meno dei tre metri quadri già ritenuti insufficienti. “Nel 36 per cento degli istituti visitati – è scritto nella relazione – c’erano celle senza acqua calda e nel 56 per cento celle senza doccia. Nel 20 per cento non ci sono spazi per realizzare lavorazioni di tipo industriale e nel 29 per cento non c'è un'area verde in cui incontrare i familiari d’estate. Tutte cose previste dalla legge. Violazioni che riaprono la possibilità della procedura d’infrazione e di un costo altissimo per le finanze dello Stato. La soluzione? Accantonato il ricorso ai trasferimenti in comunità per tutti quei detenuti non pericolosi prossimi al fine pena (si libererebbero immediatamente quasi diecimila posti), si prospetta la costruzione di nuove carceri. Con la conseguente dilatazione dei tempi pari ad almeno una decina di anni. Nel frattempo, nulla.