"Ci dobbiamo mettere le bombe addosso e dobbiamo andare nel vicariello". I poliziotti della Squadra Mobile stanno ancora facendo i rilievi quando sentono una donna che urla questa frase. Luigi Mignano è a terra, ucciso da due killer arrivati all'improvviso su uno scooter, che gli hanno sparato mentre era col figlio e il nipotino. Illeso il bambino, il ragazzo è rimasto ferito alle gambe. Arrivano i familiari della vittima, abitano a pochi metri. Tra loro c'è una donna che urla disperata, come se sapesse chi ha armato la mano che ha sparato. Il sospetto verrà poi confermato dalle indagini: per quell'omicidio vengono fermate 7 persone, collegate al clan D'Amico-Mazzarella, alcune di queste abitano proprio "nel vicariello". L'operazione è stata condotta in collaborazione tra Polizia e Carabinieri. Luigi Mignano, ritenuto vicino al clan Rinaldi, il cognato di Ciro Rinaldi detto Myway, 55 anni, il boss arrestato a San Pietro a Patierno a metà febbraio dopo 4 mesi di ricerche: è accusato di essere il mandante dell'agguato in cui morì Raffaele Cepparulo, giovanissimo boss dei Barbudos, e l'innocente Ciro Colonna, ammazzati in un circolo ricreativo di Ponticelli il 7 giugno 2016. Il clan Rinaldi, alleato coi Sibillo e collegato ai Contini nel centro di Napoli, è da vent'anni in lotta coi Mazzarella, che su San Giovanni a Teduccio hanno trovato la sponda dei D'Amico.

Nel corso delle indagini è emerso che probabilmente i killer erano appostati nei pressi dell'abitazione della vittima, dopo aver studiato le sue abitudini: usciva di casa sempre alla stessa ora per andare a fare il commerciante ambulante. Lo scooter utilizzato per l'agguato, un Sh poi risultato rubato, è stato ritrovato poche ore dopo completamente distrutto dalle fiamme a San Giorgio a Cremano. Dopo l'omicidio, il gruppo criminale aveva deciso di limitare le attività illecite per almeno un mese, per evitare di attirare l'attenzione e ridurre i rischi di essere arrestati. Con eccezione delle estorsioni di Pasqua: a quelle non avevano intenzione di rinunciare.

"La gente non deve avere paura, non abbiamo ucciso un bravo ragazzo"

I fermati vengono intercettati anche nei giorni successivi all'omicidio. Dopo aver fatto riaprire il bar di un familiare, che l'aveva chiuso per paura di ritorsioni ("Altrimenti capiscono che siamo stati noi"), discorrono tra loro della paura che si è diffusa tra la gente. E concordano: gli abitanti di San Giovanni a Teduccio non devono avere paura, perché loro non hanno ucciso una persona a caso ma un uomo collegato al clan. E, quindi, anche l'eventuale risposta di fuoco dovrà essere diretta verso qualcuno coinvolto. Logiche di camorra, che però spesso vengono meno quando si tratta di uccidere qualcuno tra la gente. Come è successo ieri, 3 maggio, quando oltre all'obiettivo un killer ha mandato in ospedale una bimba di 4 anni che ora è in condizioni gravissime.