Noemi, ferita dalla camorra a Napoli durante un agguato, è ancora in prognosi riservata. Le condizioni sono migliori rispetto alle prime ore e la città continua a stringersi attorno alla bimba di 4 anni, che lotta in un letto dell'ospedale Santobono. Quello che molti hanno salutato come un prodigio – il risveglio e le condizioni che lentamente migliorano della piccola – è in realtà un miracolo laico, nato dalle mani di un team interospedaliero di medici che hanno operato dalle 21.30 a mezzanotte, composto da Massimo CardoneGiovanni Gaglione e Vincenzo Tipo del Santobono, Guido Oppido del Monaldi e Carlo Tascini del Cotugno.

Guido Oppido, direttore della Cardiochirurgia Pediatrica del Monaldi, racconta a Fanpage.it un'intervento complesso anche per la pressione mediatica, arrivata sin dentro la camera operatoria, che non ha però distratto e deconcentrato i medici. «È stata la prima volta che mi sono occupato di una lesione di arma fa fuoco su un bambino, penso non sia comunque molto frequente, fortunatamente», spiega Oppido, prima di presentarci il team con cui di lì a poco avrebbe operato al Monaldi.

Il team del Dottor Oppido in sala operatoria al Monaldi
in foto: Il team del Dottor Oppido in sala operatoria al Monaldi

Il dottor Gaglione, chirurgo pediatrico del Santobono aveva parlato di una "ferita di guerra", soprattutto, come conferma anche il dottor Oppido, per le dimensioni del proiettile, che si è fermato nel polmone sinistro. «Il proiettile è stato estratto dopo la toracotomia sinistra e le dimensioni, rispetto al corpo di una bimba di 4 anni, erano piuttosto grosse. Avrà avuto la lunghezza di 1/2 centimetri». Dopo essere stata stabilizzata dai medici del Santobono, è stato chiamato dai suoi colleghi, come spesso accade in diverse circostanze, per assistere e partecipare all'intervento di Noemi. «Prima, spiega il chirurgo del Monaldi, abbiamo riparato i polmoni destro e sinistro che erano stati danneggiati». Poi, hanno estratto il proiettile.

Impossibile non chiedere, prima di andare via,  cosa passi per la mente di un chirurgo quando si opera in circostanze così particolari. Oppido confessa che si sentiva la pressione mediatica, la vicinanza della città in trepidante attesa di un responso positivo, ma poi precisa: «Quando si va in sala operatoria alcuni pensieri si abbandonano e si pensa alle questioni tecniche che sono quelle importanti».