Prima il processo disciplinare, poi le eventuali dimissioni. Si fa lunga, tortuosa e scivolosa la strada che porterà Donato Ceglie, il magistrato che inventò le ecomafie nella Terra dei Fuochi, fuori dall’ordine giudiziario. Sospeso da funzione e stipendio da oltre due anni, condannato per abuso d’ufficio, a processo per concussione sessuale, dal febbraio scorso e per ben tre volte aveva chiesto al Csm l’autorizzazione alle dimissioni, presentate appunto a febbraio e irrevocabili. Ma il parlamentino di Palazzo dei Marescialli ha respinto la richiesta, subordinandone l’esito alla conclusione del procedimento disciplinare sospeso in attesa delle sentenze definitive. Una decisione che era nell’aria, vista la mancata risposta alle lettere del magistrato napoletano, e che lascia intravedere la possibilità di una sua destituzione collegata solo in parte agli esisti processuali. Nel fascicolo personale di Ceglie, infatti, ci sono anche due prescrizioni: per un altro abuso d’ufficio e, cosa più grave, per concorso esterno al clan dei Casalesi, titolo di reato che aveva comportato la sospensione cautelare.

Prescrizioni alle quali avrebbe potuto rinunciare, chiedendo di provare la sua innocenza nel processo. E invece così restano integre le ombre sul suo ultraventennale operato in provincia di Caserta, con il carico di amicizie oblique e frequentazioni pericolose con imprenditori e politici in odor di mafia, con quegli stessi ecomafiosi che sosteneva di aver combattuto: Cipriano Chianese, l’uomo della Resit di Giugliano; Michele Orsi, ucciso dal clan dei Casalesi subito dopo aver iniziato una, sia pur timida, collaborazione con la giustizia; Angelo Brancaccio, sindaco di Orta di Atella e padrino della colata di cemento armato che ha triplicato il paesino alle porte di Aversa. Donato Ceglie, accettando la prescrizione, ha lasciato che rimanessero senza chiarimento le inquietanti frequentazioni, documentate dalle intercettazioni telefoniche, con calabresi di dubbia verginità e con uomini legati a filo doppio a Michele Zagaria, quando il capoclan era ancora latitante. E ha accettato che non si approfondisse la ragione per la quale Coldiretti gli abbia dato settantacinquesima mila euro in poco più di un anno facendo transitare quei soldi sul conto di un suo ex collaboratore. Tutti fatti che peseranno, e non poco, sulla decisione finale di Palazzo dei Marescialli.

Donato Ceglie, 60 anni, aveva chiesto di lasciare la magistratura dopo la sentenza di condanna (del novembre scorso) per abuso d’ufficio. Lo aveva fatto il 5 febbraio scorso, sollecitando la trattazione della pratica il 12 marzo e poi il 13 aprile. La sua uscita definitiva dalla scena avrebbe chiuso per sempre la partita, eliminando il rischio di una possibile e ignominiosa rimozione dai ranghi della magistratura con tutte le conseguenze del caso. Per esempio, il crollo delle sue quotazioni sul mercato del lavoro e delle consulenze (il magistrato ha collaborato con la commissione Antimafia, con la commissione sul Ciclo dei rifiuti, con l’università casertana “Luigi Vanvitelli” ), che aveva parzialmente mantenuto anche quando era finito nella prima inchiesta, quella per concussione sessuale, conclusasi con un’assoluzione in primo grado. Sentenza che, alla luce dei primi esiti processuali in Corte di appello, non appare affatto blindata.