E ora chi andrà a riempire il posto di Luciano De Crescenzo? Le prime ore dopo la morte di un grande interprete della cultura popolare come lui non possono che attivare quel meccanismo che porta a preoccuparsi dell'insostituibilità del personaggio, più che della perdita in sé. D'altronde è la reazione tipica di questi momenti, sorella feroce dello smarrimento.

Napoli sta così da alcune ore: smarrita. "Da oggi i napoletani saranno più soli", ha detto Benedetto Casillo, cogliendo in pieno il sentire comune. Dilaga l'incapacità di saper commentare, trovare le parole adatte per la scomparsa di chi ha fatto delle parole la sua vita. Tanta è stata la forza delle cose fatte da De Crescenzo, tutte aggrappate a un filo di leggerezza assoluta, che oggi la città è incapace di andare oltre un sincero dispiacere, come se la morte di questo personaggio giustificasse il luogo comune. "Era come uno di famiglia", è l'adagio di cui si fa abuso in queste circostanze.

Basta però una semplice passeggiata in strada a sgretolare la retorica che si confà ai momenti luttuosi. Osservi i volti, incroci le voci di questa città e hai l'impressione che si sia cristallizzata, mossa pochissimo da quel teatro urbano esaltato dai film e gli aneddoti di De Crescenzo. Sono cambiati i tempi, il modo di comunicare, i governi, ma l'anima pittoresca della città non si è spostata di una virgola. Al massimo ci hanno aggiunto qualche hashtag.

Ieri un tassista, particolarmente colorito pure lui, oltre a farsi prendere dall'impulso di raccontarmi i suoi ultimi 20 anni di vita nel breve tragitto che separa Chiaia da Bagnoli, a un certo punto mi fa una domanda dai toni cospiratori, chiedendomi se avessi notato il fatto che i piccioni, da qualche tempo a questa parte, volano più bassi. I piccioni che volano più bassi del solito: questa non è forse poesia? "Forse perché i gabbiani li mangiano", il commento quando ha capito che non avevo una spiegazione pronta da fornirgli.

E così un'ora dopo, in metropolitana, quando il controllore invade il vagone per avvertire i passeggeri, fermi da diversi minuti nella stessa stazione, che la corsa è soppressa e si dovrà attendere. Dal fondo dell'abitacolo si leva una domanda, che non poteva essere più ironica e rassegnata al tempo stesso: "Ma è soppresso solo questo treno, o sono soppressi tutti i treni di tutte le stazioni del mondo?". Il resto dei passeggeri ha contenuto il sorriso di reazione solo per riverenza nei confronti dell'autorità.

Trovarsi davanti a questi momenti, da napoletani adepti della scuola decrescenziana, almeno come stile di vita e scuola di pensiero, ha dissolto in parte il dispiacere, lasciando spazio a un sorriso interiore. Assistere a due momenti che De Crescenzo avrebbe potuto inserire, seduta stante, in un sequel di "Così parlò Bellavista" ti catapulta in una dimensiona di impagabile serenità.

Perché poi Napoli è il centro. Mettendo per un secondo da parte tutta la sua opera divulgativa, coi suoi lavori De Crescenzo ha disegnato una radiografia, a modo suo impeccabile, di una delle città più complesse al mondo se la sfida è quella di raccontare. Ha avuto la sfacciataggine di provarci, la presunzione di riuscirci, proponendo un affresco "epicureo" di un luogo del mondo la cui gente è capace, da secoli, di rimanere in equilibrio su un uovo.

Se a distanza di tanti anni la vita ci mette di fronte a siparietti e situazioni che hanno tutta l'aria di essere involontarie citazioni di ciò che De Crescenzo ci ha raccontato nei suoi film, e con la sua vita, non ci resta altro da fare che considerare questo lascito come la più preziosa delle eredità. Dobbiamo andare avanti, eccolo il linguaggio luttuoso, continuando a sondare, con leggerezza e senza superbia, l'entità di quell'elemento che rende Napoli un luogo singolare, anomalo, incomparabile. Senza la pretesa di trovare la sua anima definitiva. Dobbiamo resistere alla tentazione di pensare che con la morte di Luciano De Crescenzo se ne sia andato pure il suo verbo. Resistiamo. Anzi: resistete!