Marco Di Lauro il giorno dell’arresto
in foto: Marco Di Lauro il giorno dell’arresto

Telefonini banditi e utilizzo di cellulari-citofono, in grado di comunicare soltanto tra loro per ridurre il rischio delle intercettazioni. Comunicazioni ridotte al minimo, come è sempre stato l'imperativo delle cosche di camorra che per decenni hanno spadroneggiato nell'area nord di Napoli. Come Paolo Di Lauro prima, e come anche Cesare Pagano poi, anche Marco Di Lauro sapeva che parlare al telefono è un rischio, significa potenzialmente fornire importanti informazioni alle forze dell'ordine.

E così anche F4, che da latitante ha vissuto per quasi 15 anni, aveva imparato a fare a meno del cellulare, se non quando strettamente responsabile. Lo sta raccontando in questi giorni ai magistrati Salvatore Tamburrino, che del figlio di Ciruzzo il Milionario era stato il vivandiere fino al giorno della cattura, e che di recente ha deciso di diventare collaboratore di giustizia.

Si è pentito Salvatore Tamburrino

Tamburrino, ex fedelissimo del clan di via Cupa dell'Arco, è in carcere dal 2 marzo scorso, quando si presentò alle forze dell'ordine dopo l'omicidio della moglie, Norina Matuozzo. Si stavano separando, era andato a casa della famiglia di lei con una pistola e aveva sparato. Per farle paura, ha sempre sostenuto. Ma quei colpi l'avevano centrata. Dopo il suo arresto precipitò la situazione anche per Marco Di Lauro, che si nascondeva in un palazzo di Chiaiano, ai confini con Marianella: il boss fu arrestato nella stessa giornata con un blitz lampo.

Dopo nove mesi di carcere, Tamburrino ha deciso di diventare collaboratore di giustizia. E sono molti i retroscena che potrebbe raccontare, a partire proprio dai movimenti di Marco Di Lauro e dei sistemi e delle coperture per mantenere la latitanza, fino agli appoggi che il clan aveva nella società, gli affari e i canali di riciclo dei soldi provenienti da droga ed estorsioni.

Marco Di Lauro usava telefoni-citofono

Tra i primi particolari svelati agli inquirenti c'è il sistema di comunicazione che usava il quarto figlio di Paolo Di Lauro, come riportato da Il Mattino. Non potendosi muovere liberamente, con la polizia di mezzo mondo alle calcagna, Marco Di Lauro aveva dovuto trovare un sistema che gli permettesse di restare nascosto e di contattare gli affiliati più fidati.

Dal suo covo di Chiaiano e durante la latitanza, usava quelli che in gergo vengono chiamati "telefoni citofono": due sim protette che possono parlare esclusivamente tra loro. Una comunicazione biunivoca e limitata, che impediva agli investigatori di ricostruire la rete di contatti intercettando una singola utenza.

La paura dei boss per le intercettazioni

Lo stesso sistema dei telefoni citofono veniva usato anche da Walter Mallo, boss emergente del rione don Guanella, arrestato mentre era in corso la guerra tra il suo gruppo e i Lo Russo. Cesare Pagano, invece, dopo la prima Faida di Scampia, come ha raccontato il pentito Antonio Pica, fece requisire tutti i cellulari dalle piazze di spaccio per paura delle intercettazioni. Ancora prima, del telefono aveva paura anche il superboss Paolo Di Lauro: anche nel suo gruppo criminale le comunicazioni erano ridotte al minimo e, come ulteriore precauzione, gli affiliati si riferivano a lui usando il nome "Pasquale".