Le (poche, per le esigenze) ambulanze che girano a Raqqa, in Siria, a volte hanno un cartello che chi scrive ha visto una sola volta, in Israele: "No weapon". E c'è un divieto con il disegno di un'arma, di solito è un Ak47, meglio conosciuto come kalashnikov. Nello scorso mese di aprile, il giorno 22 per la precisione, la stampa internazionale dava la notizia della scoperta di una fossa comune, nell'ex centro nevralgico dell'Isis, con oltre 200 cadaveri seppelliti. Ecco, giusto per contestualizzare di che parliamo quando parliamo della città di Raqqa.

Possiamo dunque dire al dottor Silvestro Scotti, presidente dell'Ordine dei medici di Napoli, che affermare «qui è come a Raqqa, la città siriana distrutta dall'Isis dove si sono ripetuti diversi attacchi alle strutture sanitarie» significa offendere non i napoletani ma i poveri siriani e i (sempre troppo pochi) medici che operano non nelle cliniche private partenopee ma tra fischi di proiettile, mirini dei cecchini e autobombe? Possiamo. Dobbiamo, perché il rappresentante di una categoria che se ne esce con questa sortita mostra un'ignoranza crassa di ciò che nel mondo accade (e il mondo non è solo Napoli, come molti miei concittadini si ostinano a credere).

In quella affermazione che sa di eccessivo ma anche di esasperazione, si nasconde tuttavia un malumore, un ‘turcimiento di viscere‘ che val la pena di affrontare. Proprio oggi un altro rappresentante del mondo dei soccorritori italiani, il presidente della Cri, Croce Rossa Italiana, Francesco Rocca, è stato interpellato su Napoli e su quest'improvvido paragone su Raqqa. Ovviamente ha evitato eccessi ma non ha negato la preoccupazione: «Da inizio anno a Napoli sono 30 gli attacchi alle ambulanze. Viene raccontato come fenomeno di vandalismo, ma è stato notato che la sirena attivata causa fastidio perché ricorda qualche altro tipo di sirena» ha detto Rocca in un contesto piuttosto rilevante: gliel'hanno chiesto durante un incontro alla Stampa Estera. Dunque è chiaro che alcuni giornalisti di testate internazionali presenti in Italia hanno raccolto la storia delle aggressioni all'ombra del Vesuvio e si preparano a scriverne. Non ha senso paragonare Napoli alla Siria ma nemmeno ignorare il problema.

Aggressioni alle ambulanze e nei Pronto soccorso a Napoli

Esiste da qualche tempo una associazione che si chiama "Nessuno Tocchi Ippocrate" , costituita da operatori sanitari in forza alle postazioni 118 di Napoli e provincia, che fa da collettore delle segnalazioni di aggressioni ai danni di personale sulle ambulanze e nei pronto soccorso. «Il numero di aggressioni sta crescendo in maniera esponenziale , 31 aggressioni in 133 giorni, con una media di 1 aggressione ogni 4 giorni» spiegano. Quest'anno è iniziato col primo episodio sull'isola di Capri, il 27 gennaio. Siamo a maggio: tra l'11 e il 13 si sono verificati quattro fatti di violenza tra l'ospedale Santa Maria degli Incurabili, la postazione 118 di via Crispi e quella di Scampia. Le zone a maggior rischio sono ovviamente le periferie: l'area Nord con Scampia e Secondigliano e il Rione Traiano, nell'area Occidentale. L'ultimo episodio, ormai noto, è quello dell'ambulanza del 118 al Vomero. È stato denunciato che il mezzo sarebbe stato colpito con un paletto di ferro da uno sconosciuto mentre procedeva a sirene spiegate; in realtà qualche giorno dopo è emerso che si sarebbe trattato di un fatto assolutamente accidentale e non riconducibile ad una aggressione. Ma ciò non toglie nulla all'emergenza nel suo complesso.

Ma perché ci sono le aggressioni?

La domanda più ovvia è : perché vengono aggrediti medici e paramedici sulle ambulanze e nei pronto soccorso? Gli argomenti sono molteplici. In primis l'accusa che i soccorsi in caso di chiamata al numero unico 118 arrivano in ritardo. È dell'estate 2017 la storia di un giovane talassemico morto in stazione a Napoli dopo ben 8 telefonate al 118 per chiedere i soccorsi. Gli audio choc in cui gli operatori dicevano che non c’erano ambulanze e che non ne avrebbero mandate perché non servivano potendo l’uomo essere già morto sono stati acquisiti in un procedimento penale ai danni di chi gestiva, in quel momento, le operazioni di soccorso sanitario. Anche nell'aprile scorso altra situazione del genere (aggressione a medici e paramedici) a causa di un mezzo troppo a lungo atteso.

Quali sono state le reazioni alle aggressioni?

In questi casi  lo schema è quasi sempre (drammaticamente) lo stesso. Si verifica un fatto di cronaca (uno qualsiasi), qualcuno lo commenta con toni forti e si finisce per discutere del commento in chiave "difendi la città" e non della questione che lo ha determinato. Anche con le aggressioni alle ambulanze è andata così. Luigi De Magistris, sindaco di Napoli,  attacca il presidente dell'Ordine dei Medici e se la prende con questura e regione Campania: «Forse ci si dovrebbe chiedere perché in sanità si taglia, dove finiscono i soldi, perché si spreca e non prendersela contro una città complessa ma molto più sicura di tante altre». Il governatore campano Vincenzo De Luca il 14 maggio dichiara: «Espelleremo i violenti da Napoli» ma non si capisce né come né quali siano esattamente "i violenti" cui fa riferimento, dopo aver accennato alle ambulanze sotto attacco.  Il questore Antonio De Iesu, non entra nel merito delle aggressioni: anche lui si sofferma sul paragone: «Consiglierei una moderazione nei termini che vengono usati; ridurre tutto ad uno spot per un titolo di giornale, non fa bene alla città» dichiara.