Opinioni
29 Maggio 2016
12:38

“Sul caso di Fortuna il ‘dolorismo televisivo’ ha trovato il format perfetto”

Intervista a Anna Bisogno, docente di Storia e linguaggi di tv e radio, autrice di un saggio sulla ‘televisione del dolore’ in Italia: “È giusto raccontare i fatti, la cronaca. Non è giusto invadere le vite con il pretesto del dolore”.
La giornalista e docente universitaria Anna Bisogno
La giornalista e docente universitaria Anna Bisogno

Anna Bisogno insegna Storia e linguaggi della radio e della televisione all'Università Roma Tre. Il suo ultimo libro, "La tv invadente" (Carocci editore), saggio sul reality del dolore da Vermicino ad Avetrana, affronta dagli albori la cosiddetta "televisione del dolore" in Italia, tracciando una critica approfondita e ricca di spunti. Di recente i riflettori si sono fermati di nuovo sul Napoletano e per la precisione sull'ormai tristemente celebre Parco Verde di Caivano, lì dove si sono consumate le violenze sessuali e l'omicidio di Fortuna Loffredo. Alla docente salernitana abbiamo chiesto un'analisi della vicenda.

Lei ha scritto un libro sulla tv del dolore. In quest'ambito ricade anche il racconto di vicende come quella di Fortuna?

La vicenda, brutale e inquietante, di Fortuna Loffredo si presta pienamente al cliché di uno storytelling televisivo che si “intrattiene” sul dolore, raccontandolo con le caratteristiche dell’informazione. Perché è bene specificare che una cosa è il dolore, un’altra le immagini del dolore, della sofferenza che non rafforzano necessariamente la coscienza o la capacità di avere compassione. Anzi, quelle immagini possono anche corromperle. In questa storia lo schema tragico è perfetto per il dolorismo televisivo: c’è una bambina, una madre succube, c’è un presunto strupatore che d’un tratto ricorda di aver perso un maschietto di tre anni e va a piangerlo sulla tomba, c’è il papà di Fortuna che chiede giustizia dopo che egli stesso era stato 10 anni in carcere “per molto meno”, l’omertà di un quartiere, il silenzio assordante del condominio dove viveva la bimba. Ma c’è soprattutto lei, Anna, l’amichetta di Fortuna che ha visto, ha assistito, racconta. E poi altri personaggi da retrobottega a fare da comparse. Tutti spazi da invadere in cui i vivi debbono raccontare i morti come nutrimento artefatto della memoria.

Pensa sia giusto raccontarle nei talk show? Di recente il Garante della privacy e l’Ordine dei giornalisti hanno richiamato su quest'aspetto i cronisti al rispetto delle vittime quando i casi approdano sui media. Cosa pensa si possa fare di concreto per porre un argine a certe narrazioni, per così dire, "morbose"?

È giusto raccontare i fatti, la cronaca. Non è giusto invadere le vite con il pretesto del dolore. Quella a cui assistiamo è una crescente serializzazione del dolore e delle sue storie che vengono dissezionate, discusse attraverso le quali si ricercano continue connessioni, nuove contestualizzazioni, esclusive, empatie. Purtroppo l’argine è stato scavallato, la linea superata quando i generi hanno iniziato a contaminarsi. L’infotainment deriva da questo processo di rottura e dall’infotainment derivano le storie del dolorismo e del dolorrore nelle quali l’informazione ha la sua parte di (ir)responsabilità esattamente come l’intrattenimento.

Ritiene che l'informazione online abbia rafforzato la "tv del dolore" con tutte le storture che ne derivano?
Una parte dell’informazione online l’ha resa più veloce e forse rinforzata in alcuni contenuti ma è anche vero che tutta l’altra parte ha svolto un prezioso lavoro di riflessione e di indagine. Il problema vero però non è questo. In rete le trame del falso, del non vero, del navigare a vista restano il grande limite della fruizione di alcuni contenuti.

Giornalista professionista, capo servizio di Napoli a Fanpage.it. Insegna Etica e deontologia del giornalismo alla LUMSA. Ha un podcast che si chiama "Saluti da Napoli". È co-autore dei libri Il Casalese (Edizioni Cento Autori, 2011); Novantadue (Castelvecchi, 2012), Le mani nella città e L'Invisibile (Round Robin, 2013-2014). Ha vinto il Premio giornalistico Giancarlo Siani nel 2007 e i premi Paolo Giuntella e Marcello Torre nel 2012.
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