Una mail ogni 25 secondi. Questo è il tempo che il mondo ha impiegato per decidere da che parte stare: se con i potenti della Terra che “chiudevano” porti e speranze, o con gli ultimi, che chiedevano accoglienza. «Non posso dare molto, vivo con 800 euro al mese, quando va bene. Ma un contributo posso darlo lo stesso». L’ultima speranza dell’umanità è custodita nelle migliaia di messaggi arrivati in aiuto dei 49 migranti, costretti per 19 giorni a vivere in balia delle onde, in attesa che i potenti d’Europa indicassero luoghi d’approdo. Quando per questi esseri umani, a bordo della Sea Watch 3 e della Sea Eye, l’incertezza di un Paese che potesse accoglierli era una paura con cui convivere quotidianamente, il sindaco di Napoli Luigi de Magistris ha sfidato apertamente il ministro dell’Interno Matteo Salvini. «Il porto di Napoli è aperto, ho scritto al comandante della Sea Watch 3», spiegava a Fanpage.it il primo cittadino, prima di chiedere a chiunque potesse offrire una forma di aiuto, di compilare un semplice form sul sito del Comune di Napoli.

 

Le oltre 5.000 risposte, che continuano ad arrivare, restituiscono il racconto di un Paese ben più ampio dei confini geografici. Qualcuno offre le proprie competenze, come una maestra di scuola primaria di Parma: «Se può servire a qualcosa». C’è chi non ha molto, ma quel poco che ha lo divide volentieri, come un pensionato di Napoli, o un uomo di Castallammare di Stabia che offre «pasta, pane, acqua. Essendo disoccupato posso donare in piccole quantità». Leggendo la maggior parte dei messaggi, di cui è in possesso Fanpage.it, si trovano persone comuni che con umiltà si dicono disponibili anche ad ospitare qualcuno nella propria casa. Come una donna di Giugliano in Campania: «Accolgo donne e bambini in casa mia, dove vivo con mia madre e mio fratello. La casa non è grande, ma sono disposta ad aiutarli».

La possibilità di offrire accoglienza arriva anche da Palermo e altre città italiane. Le mail sono state spedite anche dal Brasile, dove c’è chi farà «tutto quello che è possibile per un residente dall’altra parte dell’oceano», o da un italiano che studia in Scozia, che promette di aiutare facendo inviare il necessario dalla propria famiglia in Italia. Si sono offerti mediatori culturali da Roma, avvocati da ogni parte del Paese. Un giovane infermiere del comune campano di Cardito, si dice pronto a lavorare gratuitamente e tanti altri da Napoli sono disposti a cucinare o a donare medicine. Una rete fittissima, composta da beni di prima necessità, come cibo, vestiti «posso dividere il vestiario di mio figlio. Misure 3 / 4 anni», scrive una mamma di Ottaviano, in Campania. Ma anche da mezzi di trasporto, coperte o sostegno psicologico. Qualcuno quei 25 secondi li ha impiegati per manifestare solidarietà a questi 49 esseri umani, collegandosi dalla Francia, dalla Germania, dall’Olanda o dalla Svizzera. Da Francoforte arrivano delle scuse «potrò aiutare solo a livello economico», perché dopo 19 giorni in mare e con un viaggio impossibile alle spalle, non sono solo i soldi ciò di cui si ha bisogno.

«Queste persone verranno contattate a gruppi per creare una rete umanitaria, anche se finalmente c’è stata una soluzione internazionale» spiega Laura Marmorale, assessore al Diritto alla cittadinanza, alla Coesione sociale con delega all’immigrazione, che ha curato la macchina logistica di verifica delle segnalazioni. «C’è una grossa fetta, non solo del Paese, continua Marmorale, che non si sente rappresentata dalle strategie messe in campo dal Governo nella gestione dei flussi migratori. Noi crediamo che il caso della Sea Watch 3 non sarà purtroppo l’ultimo», ecco perché, le mail che continuano ad arrivare sono preziose per potersi preparare, nel caso in cui una nuova nave dovesse trovarsi nelle stesse estreme condizioni. Non solo perché offrono l’esperienza di associazioni e professionalità impegnate nella lotta per l’accoglienza. Ma soprattutto perché rappresentano l’ultimo baluardo di un’umanità che non resta nei propri confini. «Offro amicizia, ascolto, la possibilità di farli sentire parte della famiglia umana».