I portoni del rione, nell'area nord di Napoli, sono tutti uguali, i palazzi pure. Un alveare fitto di finestre ma soprattutto porte. Entri, i piani sono almeno dieci, ogni piano ha una porta in ferro blindato e un citofono interno, dietro ogni porta ci sono corridoi stretti – e spesso bui – con tre o quattro appartamenti. Un labirinto urbano. Nel cortile, cantieri improvvisati di lavorazione del ferro, dove spesso si fanno lavori saltuari e malpagati. Una manciata di euro al giorno. Sui citofoni i cognomi sono spesso sbagliati, perché c'è gente che va e gente che viene, gente che sta in galera, gente che va via, spesso in Germania. Vanno tutti in Germania, per togliersi da questo vuoto pneumatico del rione. Nel rione ci abitano due dei tre ragazzini arrestati due giorni fa per l'omicidio del vigilante della metro, Francesco della Corte, colpito più volte alla testa, alle spalle, con il piede di un tavolo trovato tra i rifiuti. Volevano rubargli la pistola e rivenderla. Un delitto brutale, tale da indurre il questore di Napoli Antonio de Jesu a definire la baby gang "un branco di lupi in attesa dell'agnello. Preso singolarmente, nessuno di loro avrebbe avuto l'idea o la forza di portare a termine questo piano. Ma in branco sì". Come ci si trasforma in lupi a 15, 16 o 17 anni?

Saliamo le scale del palazzone, dopo aver cercato un po' perché sono tutti uguali e anonimi. Bussiamo, ci troviamo davanti a una donna in lacrime. La casa è fintamente sfarzosa, alla "boss delle cerimonie". Ma si tratta di mobilio di scarsa qualità: imitazioni. C'è un ferro a vapore, un bambino piccolo che ha appena finito di mangiare, una grande quantità di vestiti da stirare. La donna, visibilmente provata, è una parente di uno dei ragazzini: inaspettatamente ci accoglie subito, e subito dice l'unica cosa che riesce a scandire, che sta male per il nipote ma soprattutto per quello che ha fatto. E' appena tornata da una delle case dove "faccio i servizi". Fa la collaboratrice domestica a ore. Il ragazzino vive con lei, insieme alla madre, che però è fuori. "Fino all'ultimo non ci credevo, doveva anche andare a lavorare in un panificio". Mario – lo chiameremo così – ha pochissimi anni e a scuola non ci è voluto più andare. Dopo due anni a spasso stava finalmente per trovare un primo lavoretto.

Defilata, vicino alla finestra, c'è una ragazzina. Ha pochi anni anche lei, l'aspetto quasi di una bambina e gli occhi lucidi, ma una luce di rabbia negli occhi . Ci avviciniamo: "Sì, sono la sua fidanzata. Ci conosciamo da piccolini, abbiamo fatto anche le elementari insieme. Poi lui fu bocciato in prima, io andai avanti. Gli voglio molto bene, mi ha sempre detto tutto tranne questa cosa che ha fatto". Poi la rabbia: "Il giorno dopo il fatto, andammo al cinema. Diceva agli amici: dai ditemi chi è stato, siete stati voi?". Spavaldo, o forse impaurito per l'orribile gesto commesso insieme agli altri due, Mario tornava spesso sull'argomento. Forse aveva capito che il cerchio si stava stringendo, e lo avevano capito pure "‘e cumpagne", i ragazzini che si radunano tutti – spesso per giornate intere, e fino a notte inoltrata – in Piazza Tafuri, a Piscinola. Dove, come nel rione, a parte un bar e un circoletto, niente c'è da fare. Almeno niente di buono. E proprio in piazza Tafuri, a un certo punto, sbucano "‘e gguardie", i poliziotti. Che vanno avanti con le indagini e fanno foto. Se ne accorgono tutti: "Io gli dissi: lo sai perché fanno le foto? – racconta la ragazza –  Per la cosa che è successa alla metro. Ma lui mi rispose: me ne possono fare anche dieci, io non sono stato". I 13 giorni prima dell'arresto sono trascorsi come sempre, racconta la giovane, che dice: "A me diceva sempre tutto, avrebbe potuto dirlo a me, solo a me, ma non l'ha fatto. Avrei litigato con lui, anche se poco ci potevo fare, ormai lo aveva fatto. Gli avrei detto "nun si' bbuono", perché gli ho sempre detto di non fare cose "malamente". Ad esempio, io tengo il desiderio che a 20 anni mi voglio sposare con lui e voglio fare un figlio, non posso farlo più se lui va in galera. Sta scritto pure nei verbali, mi hanno intercettato mentre parlo con una ragazza col suo telefono, ieri fuori alla caserma. Mario da grande voleva aprire un panificio, io mi volevo sposare e volevo fare figli". E ora che ha fatto quello che ha fatto, che si fa? "Non lo lascio solo". Ha ucciso un uomo, hai compreso la gravità del gesto? Le domandiamo: "Sì, sono delusa e arrabbiata, ma voi lo lascereste un marito da solo in carcere? Voi avete un'altra mentalità, diversa da noi, noi non siamo come voi: non le facciamo queste cose, non ce la potrei mai fare a stare senza di lui. Appena fa il colloquio vado a trovarlo".

Ma che gli è scattato nella testa? "Quando me lo hanno detto mi sono messa a piangere, non ci potevo credere. In 13 giorni quando usciva con me a volte domandava alla gente di questo omicidio. Io non gli chiedevo niente perché faceva queste cose, non pensavo che era lui. Una volta dissi pure "che schifo ‘sta gente" e lui rispose "e come no". Ma io ora, senza di lui, addo' vado? A nessuna parte".