A Napoli, nella prestigiosa Accademia di Belle Arti, di recente sono arrivati quattro gendarmi, per dirla alla Fabrizio De André. Senza pennacchi, ma col tesserino dell'Arma dei Carabinieri, delegati della Procura di Napoli ad acquisire atti prodotti dall'istituzione universitaria per l'alta formazione artistica.  Il fatto avviene dopo una vicenda raccontata da Fanpage.it qualche settimana fa: la Settima Sezione sicurezza Urbana ha acceso i riflettori sull'attività all'interno delle aule di via Santa Maria di Costantinopoli. L'obiettivo è verificare l'esistenza di reati a sfondo sessuale. Gli investigatori, che fino ad oggi si sono mossi con molto tatto e rispetto, indagano sul rapporto tra docenti e studenti.

Non una parola è uscita dai vertici dell'Accademia di Belle Arti, nemmeno alla terza manifestazione pubblica del collettivo femminista "Non una di meno".  E dire che gli striscioni posizionati all'interno e all'esterno della struttura universitaria erano a dir poco espliciti: "Festival del rattuso 2020, chi lo vincerà?". E ancora: "Cacciamo i molestatori dall'Accademia".  Chi è ‘o rattuso, ovvero in dialetto napoletano il molestatore, spesso di età avanzata rispetto alla vittima?  Perché fino ad oggi non vi è stato un cenno, in un senso o nell'altro, dai vertici dell'Accademia, nemmeno a tutela dell'istituzione, dopo le proteste?

Nel volantino diffuso del collettivo qualche giorno fa si legge: «È inaccettabile che a valutare la preparazione delle studentesse in sede di esami sia un docente che ha molestato, che ci ha provato, che ha violato senza consenso lo spazio personale e intimo di diverse ragazze». Dunque c'è evidentemente un qualche nome sussurrato tra le aule studio, tra gli uffici didattici, tra i vertici dell'Accademia di Belle Arti. Un nome arrivato anche negli uffici della Procura partenopea, unica titolata a stabilire – al netto delle legittime rimostranze e proteste – se vi sia stato o meno un reato così grave.