A Roma, per rendergli omaggio, eran giunti gli amici di sempre e quegli ammiratori che avevano avuto l'ardire di sfidare la canicola del Campidoglio. Ma a Napoli c'era il popolo. Nato tra il popolo, celebrato dal popolo che comprava i suoi libri e vedeva i suoi film, Luciano De Crescenzo è stato salutato dal popolo. Napoli non l'ha tradito. Napoli lo aspettava, Napoli voleva dirgli addio. Sabato 20 luglio 2019, per i funerali dello scrittore-filosofo-ingegnere-regista e chissà quante altre cose (fotografo, attore, sceneggiatore, doppiatore, sportivo, disegnatore, ingegnere informatico, salesman…) la chiesa di Santa Chiara era strapiena. La bara di legno chiaro, al fianco una grossa foto bellissima, lo sguardo magnetico, aveva ancora al centro della fronte un piccolo neo che poi si fece togliere, sembrava quasi un ‘terzo occhio'. Qualcuno poggia una sciarpa azzurra del Napoli, c'è un giovanotto che cerca di portare una bandiera della Grecia: Luciano, narratore delle gesta dei filosofi antichi, fu anche cittadino onorario di Atene, una delle onorificenze delle quali andava più fiero.

Chi entra si fa largo tra la folla e in cuor suo sorride: sembra la scena dello «scusate, ma che è successo?» di Così parlò Bellavista. Ci sono le vecchiette che borbottano: «Luateve ‘a nanze!». E quando qualcuno fa notare che i primi banchi della grossa navata della chiesa di Santa Chiara sarebbero riservati agli amici e ai parenti la risposta è: «Si, ma siamo tutti un po' parenti di Luciano!». Bella battuta. Probabilmente gli sarebbe piaciuta.

È tutto finito, dunque?  L'illacrimabile Pluto ha fatto quel che doveva e chi vive si dia pace, oppure occorre sorridere, pacificarsi, ricordare le lezioni del professor De Crescenzo e ripassare  Parmenide: «È, e non è possibile che non sia»?

Fa caldo a Santa Chiara e il vòtta-vòtta fa emergere come pesci sulle onde del mare di notte la tipologia dei presenti: ci sono amici e conoscenti, ci sono sinceri ammiratori, giornalisti (tanti), napoletani del centro storico, giovani di buona volontà e curiosi. Poi c'è pure chi non ha capito niente: una coppia di turisti chiede ad una ragazza dai capelli ricci e neri: «Sorry, ma che è successo?». Bisognerebbe evocare la buonanima di Riccardo Pazzaglia. La figlia del filosofo-ingegnere, Paola De Crescenzo, ha fatto stampare migliaia di cartoline con un disegno del papà: un palloncino sorridente che si stacca dagli altri, infelici. Roba tratteggiata ai tempi dell'Ibm. C'è qualcuno che ricorda quel periodo. Un tizio racconta che dovendo aggiustare un terminale gli passarono al telefono «proprio a isso, all'ingegner De Crescenzo». Ci sono Renzo Arbore, Marisa Laurito, Domenico De Masi. Arbore e Laurito sono con Luciano da giorni. Erano col lui al Policlinico Gemelli di Roma quando è finito, non si sono mai staccati da lui, dall'ospedale alla camera ardente al funerale napoletano. Luciano, ora lo si può dire,  si è spento non senza patimenti e sofferenze. Ma gli amici lo hanno accompagnato cantandogli le canzoni napoletane, seduti al capezzale.

Venerdì, seduta al Campidoglio, la Laurito teneva in mano uno dei più bei libri del professor Bellavista, "Panta Rei". Ai funerali ha letto la prefazione e da quel momento in poi chi non ha pianto era perché non aveva un cuore in petto: quelle pagine ripercorrevano la vita dello scrittore per fotogrammi, con una efficacia incredibile, evidentemente amplificata dal momento.

Tutto scorre, da Eraclito al vòtta-vòtta  e c'è una signora, un'altra, che si lamenta: «Scusate, giovanotto, ma io non vedo niente, vuje v'avita assèttà!». Nuccia e Nunzia Fumo, le sorelle Finizio, pace all'anima loro, non ci sono più. Ma sarebbe stato bello vederle. Geppy Gleijeses lo riconoscono solo alcuni. «Ma ‘e capito? È Giorgio! Mo' ho capito chi è Giorgio!». La battuta servita su un piatto d'argento.

Fa caldo, il sindaco di Napoli Luigi De Magistris non c'è, è a Palermo. Al suo posto c'è l'assessore alla Cultura Nino Daniele che cerca l'applauso la prima, la seconda e la terza ci riesce: «Intitoliamo a Luciano Vico Belledonne a Chiaia!».  Applauso lungo, ma chi conosce Napoli e i napoletani è sicuro che la decisione porterà polemiche di qui a qualche giorno. Il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca pone l'accento sulle parole sulla camorra del De Crescenzo sceneggiatore, in particolare sul monologo col camorrista interpretato da Nunzio Gallo. Un modo per dire che ci sono tante possibilità per raccontare certi fenomeni. Una polemica eterna.

C'è l'ex sindaco Antonio Bassolino: dice che secondo lui non finisce con De Crescenzo, con Massimo Troisi, con Pino Daniele. È ottimista: non è tutto finito, ci sono a Napoli tanti giovani che si fanno avanti. C'è Marina Confalone e chi la guarda le sorride: «La lavastoviglie ‘e chitemmuorto!». C'è Benedetto Casillo che abbraccia e stringe mani. Perfino il tizio che fa il benzinaio della tremilalire nella Cinquecento di Giorgio è riconosciuto da tanti.

De Masi recita la "Vulesse truvà pace" di Eduardo De Filippo, poi in tre per la bellissima  " ‘A madonna d' ‘e mandarine" di Ferdinando Russo. Arbore che fino ad allora era stato zitto, fermo, seduto al fianco  di quell'Enzo D'Elia che non ha solo rappresentato gli interessi dell'artista con le case editrici, ma anche un punto di riferimento costante, un pilastro, si alza. Lacrime e sorrisi, il ricordo di Arbore è quasi un blues: gli uomini d'amore (ma anche un po' di libertà) si salutano, uno in piedi e l'altro diretto verso l'ultimo viaggio, Renzo Arbore riesce perfino a strappare risate fra migliaia che piangono.

E piange il più vecchio, piange pure il ragazzo, ma anche l'uomo della generazione dei quarantenni, veri orfani di un riferimento culturale. «Napoli è anche questo, è le bellezze, il sole e il mandolino, a forza di levargli il belletto, le stiamo togliendo pure la faccia» urla Gleijeses. Argomento di chissà quante discussioni e non solo davanti al mare di Conca dei Marini. Ma ora Luciano non c'è più e se riflettiamo su quanti "Luciano" ci restano, finiamo per contarli sulla mano destra di Muzio Scevola.

Ha avuto una vita lunga, ma soprattutto larga,  Luciano De Crescenzo. È morto a novant'anni ma secondo le sue teorie ne avrà vissuti almeno centoventi. Ora riposerà in un cimitero della Costiera Amalfitana, in una cappella di famiglia. Non l'aveva detto, ma poi l'aveva ascoltato  Giggino: si "era fatto la comodità".