Ho ascoltato l'ultimo applauso a Luciano De Crescenzo una sera di giugno del 2019 davanti al mare di Positano. Luciano non c'era, così come non c'era al Teatro San Carlo alla prima dell'opera teatrale ispirata a "Così parlò Bellavista". L'applauso lo "chiamò" Alessandro Siani che con lui ha condiviso gli ultimi lavori e l'ultimo libro, "Napolitudine". Fu un applauso fragoroso, caloroso. In platea c'era  Paola, la figlia di Luciano e Enzo D'Elia, il suo agente fin dagli esordi.

Luciano debuttò l'anno della mia nascita, il 1977: chi ha superato i quarant'anni d'età, oggi, si sente figlio della sua leggerezza, della sua ironia che è la stessa dei Massimo Troisi, è la stessa voglia di andare nel profondo degli Eduardo De Filippo, ma coniugata coi nostri tempi, più televisivi, forse anche pi superficiali, ma sicuramente ricchi di voglia di poesia, di bellezza, anche di nostalgia per un passato di Napoli che non tornerà mai più.

«Vedi Cirù, sti guagliune nun ponno maje capì comme l'avimme vulute bene nuje a sti personaggi cca», non potranno mai capirlo, questi ragazzi di oggi, come abbiamo amato personaggi come Luciano o Eduardo, mi disse quella sera, nell'orecchio, come una confessione, Alessandro Siani: ero con lui sul palco per intervistarlo durante la presentazione di ‘Napolitudine'. Capìi che non ero solo: che era ed è tutta una generazione a sentirsi figlia di Luciano e della sua leggerezza.

Consultando i vecchi archivi dei giornali degli anni Settanta ho potuto constatare come De Crescenzo fu all'inizio osteggiato, malvisto da una certa Accademia, dai grandi docenti di Filosofia. Faticò un po' ad essere accettato, ma poi dovettero tutti arrendersi all'evidenza: Luciano fu tradotto in decine di lingue, dal greco al giapponese. Diremmo di lui ciò che Roberto Benigni scrisse di Troisi: «Adesso lo capiscono i canguri  gli Indiani e i miliardari di Hollywood».

È difficile rivestire di parole la vita di un uomo che di parole visse. Però possiamo dire nell'anno 2019, la lezione, l'eredità di un gentiluomo del 1928 ai napoletani di oggi è quella di recuperare un tratto distintivo oggi svanito: l'ironia. Quella sana, sacrosanta, balsamica,  leggera ironia napoletana perduta dietro alle ‘incazzature' da social network. Sarà questo in futuro l'insegamento di Luciano che noi avremo il dovere di tramandare a chi verrà.