Vincenzo De Luca e Matteo Salvini nel 2014 a Salerno. Al centro Bruno Vespa
in foto: Vincenzo De Luca e Matteo Salvini nel 2014 a Salerno. Al centro Bruno Vespa

C'è una cosa che in questa campagna elettorale per le Regionali in Campania unisce Vincenzo De Luca e Matteo Salvini. È una pulsione irrefrenabile, come una voglia estiva di spaghetti a mezzanotte: fagocitare l'area di centrodestra in Campania. Sia chiaro, parliamo di una fetta opaca del potere regionale, quella orfana di Nicola Cosentino, di Giggino Cesaro ma anche di certi destrorsi mai pentiti dell'estremismo post-fascista.

Vincenzo De Luca da giorni parla ormai come un Silvio Berlusconi fuori tempo massimo. Il suo «nuovo miracolo economico» che dovrebbe avvenire di qui a poco in Campania assomiglia e non poco al più noto «miracolo italiano» del Cavaliere negli anni Novanta. La retorica  dei posti di lavoro a carrettate, la tiritera sulla «politica politicante» (Berlusconi però è stato imprenditore, De Luca è quadro di partito e apparato politico praticamente da quasi mezzo secolo), insomma stiamo assistendo ad una campagna elettorale vecchia  e non solo perché sono sempre gli stessi candidati, cioè De Luca-Stefano Caldoro-Valeria Ciarmabino, ma perché è drammaticamente antica e fessa nei contenuti che fanno leva soltanto su paure e potere.

La paura del Coronavirus è lo scettro di Vincenzo De Luca, la paura di tutto il resto, dagli immigrati alle correnti d'aria è quella che porta invece in dote Matteo Salvini, le cui uniche sortite si sono limitate visitare quei luoghi della Campania in cui, semplicemente, ci sono molti immigrati.  Entrambi gli esponenti politici sono convinti  – e in effetti ci stanno riuscendo – di mangiucchiare il consenso che resta in Forza Italia tra la zona Nord di Napoli e il Casertano.

Ma De Luca è irrefrenabile, incontenibile. Incassa tutto e non tiene conto del rapporto rischi/benefici. Certo, toccherà attendere a liste chiuse per fare un bilancio sulla qualità dei candidati. Ma per ora la sua asticella è soltanto sui pacchetti di voti che affluiranno nelle liste del Presidente. Dove sono le competenze? Dove le storie personali, dove i curriculum, dove i buoni amministratori? Vincenzo De Luca sta cercando bravi e famelici soldati elettorali, nient'altro.

Nel frattempo le spara grosse, enormi: «Vogliamo che la Campania diventi l'area di un nuovo miracolo economico, guardo alla Baviera, all'Île-de-France, alla Catalogna di qualche anno fa» continua l'attuale presidente della Regione Campania che sceglie per ora i piccoli centri del Cilento in cui è fortissimo e non ha rischio di contestazioni (Agropoli, il regno delle fritture di Franco Alfieri) e lì smolla le sue promesse al limite del future faking tipico dei narcisisti.

Nel frattempo sotto Palazzo Santa Lucia è un continuo pellegrinaggio di questuanti della politica, in paziente attesa per 5 minuti col capo o con la sua segreteria particolare, c'è una lista d'attesa per accedere alle candidature con De Luca più lunga delle liste d'attesa per una cataratta negli ospedali della Campania.

Nel Movimento 5 Stelle Valeria Ciarambino punta sul confronto televisivo,  ma è un'arma oramai spuntata e inutile. Oggi De Luca potrebbe entrare negli studi tv perfino vestito da Speedy Gonzales: il suo destino in termini di notorietà elettorale si è compiuto nei giorni più neri dell'emergenza Covid. Egli è visto come un Tronista over di Maria o un personaggio di Temptation Island, è uno dei pochi politici che beneficia di meme e video virali e arriva ad un pubblico che va ben oltre la sua tradizionale audience.

Tutto bello, bellissimo. Ma dopo quest'ammuina toccherà presentarsi alle urne e in caso di vittoria governare e terminare dignitosamente una carriera politica a 75 anni.  Ci riuscirà?