Sul corpo di una donna. Una giovane donna intelligente e colta ma gravemente ammalata, vittima di incubi ossessivi che la tormentano sin dall’infanzia ma non di tre stupratori. Sul corpo di una donna è nato un caso giudiziario e mediatico in cui lei stessa si è nutrita, ampliando e dilatando i racconti e i dettagli, smentendosi e contraddicendosi più volte: nella stazione della Circumvesuviana di San Giorgio a Cremano, negli uffici di polizia, in ospedale, davanti alle telecamere e ai taccuini dei cronisti.

Un crescendo, figlio anche di una catena incredibile di superficialità, che qualcuno, chi sapeva della sua malattia, avrebbe potuto e dovuto fermare, ben conscio del fatto che era solo questione di ore ma che la verità sarebbe venuta a galla. Quelle ore sono scadute oggi, con l’ultima scarcerazione e il contestuale deposito delle motivazioni, nella disponibilità dell'ufficio di Procura (che potrà impugnare il provvedimento in Cassazione) e che gli avvocati potranno conoscere solo domani mattina.

Ma dall'andamento della discussione nelle tre udienze, dall'esame fatto dai legali di tutti i documenti depositati, dalle indiscrezioni trapelate in queste ore sulla complessa patologia di cui soffre la ragazza, non è difficile immaginare quali siano le ragioni esposte dai giudici del Riesame di Napoli (ottava sezione, tre distinti collegi di cui hanno fatto parte i giudici Vito Purcaro, Sabrina Calabrese, Maria Vittoria Foschini, Antonio Pepe) che hanno deciso la liberazione di Antonio Cozzolino, Raffaele Borrelli e Alessandro Sbrescia (difesi dagli avvocati Eduardo Izzo, Antonio De Santis e Massimo Natale) accusati di aver violentato, il 5 marzo scorso, una ragazza nell’ascensore della stazione di San Giorgio a Cremano della circumvesuviana. Distinti provvedimenti ma una sola conclusione: la vittima ha mentito, ripetutamente, su fatti e circostanze, sulla dinamica dell’aggressione, sulle modalità della pregressa conoscenza con i tre giovani, sulla sua stessa personalità.

Ha mentito sempre perché questa è la conseguenza della sua malattia, un gravissimo disturbo della personalità, istrionica e bipolare, che la colloca tra i “bugiardi patologici”, i mitomani. Ha mentito non per dolo, non per colpa, non per vendetta, ma per oscure ragioni che agitano le sue notti insonni e che tre anni di psicanalisi non hanno ancora scoperto. E per questo i giudici hanno ritenuto che dalle indagini sino a ora compiute siano emersi elementi di tale portata da farla ritenere inattendibile sia intrinsecamente, sia estrinsecamente. A smentire, o almeno snaturare, le sue dichiarazioni, principale fonte di prova, alcuni fatti già esistenti al momento dell’adozione del provvedimento cautelare, ma non rilevati, altri acquisiti successivamente al fermo e non valutati dagli uffici investigativi.

Inattendibilità che allo stato rende impossibile, alla luce della giurisprudenza di merito e di legittimità, la previsione di sostenibilità in giudizio delle accuse.

Negli atti depositati, tutti in possesso dei difensori e di cui i giudici non avrebbero potuto in alcun modo non tenere in considerazione, il diario clinico della ragazza, in cura presso il Dipartimento di salute mentale dell’Asl Napoli – Torre del Greco – San Giorgio a Cremano. Tre anni di annotazioni, diagnosi, prescrizioni di farmaci. L’anoressia è sullo sfondo, come la volontà di scrivere un memoriale sulla sua vita. Il resto è da capogiro ma non insolito per chi soffre degli stessi disturbi psichiatrici. Compresi gli eccessi sessuali, da lei ricercati come forma di riconoscimento pubblico ma vissuti come una colpa, al punto da tenerne il conto e di parlarne sempre nei suoi colloqui terapeutici. Comprese le bugie, che lei stessa definisce patologiche. Compresa l’ostinata ricerca di attenzione o compassione per evitare, avrebbe dichiarato, che gli altri potessero pensare che fosse guarita. Intelligente forse più della media, reattiva, alla costante ricerca di “normalità”, nove mesi fa aveva anche accettato il ricovero in una struttura specializza, in Emilia Romagna, dove ha soggiornato per quattro mesi. Senza significativi miglioramenti.

Ulteriori dettagli sanitari, necessari ai giudici, sono superflui, un’inutile e morbosa intrusione nella sua vita. Vale la pena di ricordare, invece, quanto è smentito da telecamere e testimoni. Nei video, oltre mezz'ora di immagini, si vede la ragazza abbracciata per lungo tempo con Sbrescia, sia quando fumano uno spinello, sia quando lei chiama l’ascensore e vi entra con lui. Si vedono l’ingresso degli altri due, frammenti di rapporto sessuale, l’uscita di tutti con la ragazza vestita e calma, la borsa a tracolla, e poi il saluto. Agli atti, inoltre, la testimonianza della sorella in merito al presunto tentativo di stupro di un mese prima. I ragazzi, ha detto, l’avevano accompagnata a casa, fermandosi a ridere e scherzare nell’atrio.

E la perizia medica depositata dagli esperti del Centro Dafne – Codice Rosa, che avevano preso in carico la ragazza dopo la denuncia di stupro? Come rilevato durante la discussione difensiva, e come evidentemente i giudici hanno ritenuto condividendo la tesi, sarebbe privo di validità scientifica, confondendo le valutazioni sanitarie con quelle riservate all’autorità giudiziaria. Con conclusioni apparse e prive di qualunque riferimento alla documentazione sanitaria del Dipartimento di salute mentale. Quindi, parziali e inaffidabili. Inutilizzabili in un qualunque processo.