“Suicidarmi io? Ma andassero a prenderlo in culo”. Risponde con una risata, Valentina Casa, quando le dicono che a Cardito si è diffusa la voce che avesse tentato di uccidersi dopo la morte del figlio. Perché lei, a fare una cosa del genere, non ci aveva nemmeno pensato. Impassibile durante i pestaggi, compreso l’ultimo fatale, indifferente alla sorte delle due figlie rimaste ancora vive: il ritratto tracciato nell’ordinanza del suo arresto è da far gelare il sangue. Tanto che, rileva il giudice, se Tony Essobti Badre è “un lupo da eliminare con un tratto di penna, la madre non è migliore”. La donna, 30 anni, madre di Giuseppe Dorice, per non aver cercato di impedire le violenze del compagno e per aver, anzi, cercato di coprirlo, è indagata per omicidio ai danni del figlio, tentato omicidio verso la figlia e maltrattamenti nei confronti dei tre bambini, reati aggravati dalla crudeltà, dai futili motivi e dall’abuso delle relazioni domestiche. La sua posizione era al vaglio degli inquirenti dal 27 gennaio, quando il compagno massacrò con un bastone i due bambini nella loro casa di Cardito.

Le violenze non erano state mai denunciate

Da quella casa non era partita mai nessuna denuncia, malgrado le violenze andassero avanti da diversi mesi. Valentina Casa si era trasferita da Sorrento a Cardito per stare con il nuovo compagno da circa un anno, con lei aveva portato i tre bambini nati da una precedente relazione. Che l’uomo li picchiasse se n’erano accorti tutti. I vicini di casa, che spesso avevano sentito le urla provenire da quell’abitazione sempre serrata, con le tapparelle chiuse anche in estate, da dove vedevano uscire i bambini con addosso il peso enorme delle violenze. Giuseppe aveva anche problemi di linguaggio, ma non l’avevano mai portato da un logopedista per paura che venissero fuori le “paliate”. Gli inquirenti hanno appurato che non c’era stata mai nessuna denuncia ai carabinieri o alla polizia, nemmeno richieste di intervento: ovvero, la madre vedeva, assisteva, restava impassibile.

Le bambine rifiutano la madre

Nell’ordinanza si descrive anche il comportamento delle bambine dopo la tragedia. La più grande, quella finita in ospedale con la faccia spaccata a calci, in reparto non l’ha mai vista. La più piccola non vuole lasciare il centro dove è stata collocata: dice che ci sta meglio, che vuole diventare grande nella sua nuova casa. Che della madre non vuole più sapere nulla. E, anche dopo funerale, il giudice rileva il comportamento della donna. Parlando con un conoscente, la 30enne si fa gioco delle persone che, durante il rito funebre, piangeva per la morte di suo figlio. Quando le dicono che per il paese si è sparsa la voce che si fosse tagliata le vene per la disperazione, risponde: “Alle persone devi dire che lo devono prendere in culo”. La sua vita, poi, prosegue come se nulla fosse successo, tra serate nei locali di Sorrento e l’ansia per l’uscita dell’ultimo film al cinema.

Aveva cercato di coprire il compagno

Nei giorni successivi alla tragedia Valentina Casa aveva cercato di aiutare Tony Essobti Badre, mettendosi d’accordo con lui su cosa dire agli investigatori. L’uomo, temendo le intercettazioni, aveva detto ai parenti di procurarsi nuove schede, da intestare ad altri. Lei, consigliata, aveva cercato di costruirsi l’immagine di una “madre esemplare e in difficoltà” e di riottenere l’affidamento delle bambine e la revoca della sospensione della potestà genitoriale, tentativi che secondo il gip facevano parte solo di una strategia difensiva e, si ipotizza, potevano essere finalizzati a indurre le piccole a cambiare versione. Tutte le violenze sui bambini, si legge nell’ordinanza, erano state possibili solo per colpa del comportamento della madre, che non si è opposta e anzi ha avuto una “turpe complicità fatta di inerzia e di colpevoli silenzi”. Come nel caso dell’ultimo massacro, quello fatale, in cui, invece di chiamare i soccorsi, ha tentato di lavare le ferite dei bambini per farli riprendere, ha pulito il sangue con gli asciugamano e ha buttato le ciocche di capelli strappati dal compagno dalle loro teste e ha atteso senza chiedere aiuto. La decisione di non chiamare il 118 era stata condivisa, come ha detto anche Essobti Badre, intercettato in carcere mentre parla col fratello: quella sembrava solo una delle tante volte in cui aveva picchiato i bambini, solo che, in quella occasione, “si era proprio ingrippato, mannaggia”.