Marco Di Lauro, immediatamente dopo l’arresto
in foto: Marco Di Lauro, immediatamente dopo l’arresto

«Solo la catturandi!». Agenti in divisa, in assetto, in borghese, armati, con la paletta, con la ricetrasmittente, senza nulla in mano. Nell'appartamentino di via Emilio Scaglione, lingua di asfalto che corre parallela alla metropolitana e veloce si stacca da Capodimonte all'area Nord – Chiaiano, Marianella, Piscinola, Scampia – che è periferia della periferia, ci sono troppe persone. Il catturato deve uscire. A farlo uscire, lo prevede una prassi consolidata, dev'essere chi ha compiuto il lavoro, chi ha speso tempo e competenza. Gli animi sono eccitati, si percepisce dalle pale dell'elicottero che schiaffeggiano aria a quota bassissima. Tutti sono fuori ai balconi, in strada, se le celle dei ripetitori dei telefonini potessero restituire le conversazioni di quel momento, in tutta zona, sarebbero riassumibili in una sola domanda: «Ma che cazzo è successo qui?».

È successo che l'hanno arrestato. Che Marco Di Lauro, il figlio di Ciruzzo ‘o Milionario, l'imprendibile, il latitante, quello che chissà dov'è, a Dubai o in Russia, era a poche centinaia di metri da casa sua, da via Cupa dell'Arco. Via Emilio Scaglione: 12 minuti in auto, meno di 10 minuti se si sfreccia con un T-Max sorpassando auto e camion sugli stradoni pieni di buche rattoppate. Quattordici anni: che ha fatto in quasi tre lustri?

«Il boss deve stare sul territorio, per questo era in zona» dice il questore Antonio De Jesu. Già, in zona: eppure in questa città il boss erede di una dinastia, in particolare del padre Paolo e del fratello Cosimo, si è mosso, seppur braccato ma operativo. Da mesi negli ambienti criminali correva voce che Marco fosse a Secondigliano per ricominciare la guerra ad alzo zero contro gli Scissionisti, ultima staffetta con in mano un testimone di sangue, fulcro d'una faida interrotta dagli arresti e dagli omicidi, non da una tregua o da una pace.

I particolari in un racconto del genere sono importanti. Ci sono voluti anni, 14 per la precisione, ma da sabato 2 marzo Marco Di Lauro è in un carcere, dove presumibilmente resterà a lungo. Fra le altre condanne ne ha una particolarmente infame: mandante per l’agguato in cui perse la vita Attilio Romanò, vittima innocente di camorra. Di Lauro è stato preso in pigiama,  in casa aveva pastasciutta e pistacchi e si è preoccupato dei gatti che aveva in casa, non dei morti che il suo clan di camorra ha sulla coscienza. Non aveva armi ma aveva ovviamente soldi, unico vero passaporto per una lunga latitanza.  La foto che lo immortala è emblematica: è seduto e osserva gli agenti della Catturandi, facendosi spiegare cosa accadrà ora. Gli occhi non sono spauriti ma sono quelli di chi sapeva che quel momento prima o poi sarebbe arrivato. Nessuna narrazione può arrivare alla potenza della realtà: questa immagine è il miglior spot anti-camorra di sempre: comunque vada, ci vorranno anni, ma finisce sempre così. Nella migliore delle ipotesi. L'altra, invece, è quella di finire crivellato di colpi, com'è accaduto a molti affiliati e a molti nemici dei Di Lauro. E a tanta gente innocente.

F4, così veniva chiamato in codice Marco, quarto figlio del ‘Milionario'. Alt F4 è anche la combinazione di tasti che sui computer chiude ogni programma in corso. Mai gioco di parole fu appropriato.